Chapter 16 of 54 · 790 words · ~4 min read

XI.

Compiangete chi si leva tardi. Quanti sono che non hanno mai sentito le fresche carezze dell’alba, quanti che non hanno mai salutato il levarsi del sole; e non goderono una delle delizie più salubri e più pure! Dall’aria fresca della mattina traggono forza nuova le membra; e gli acri profumi che manda la terra bagnata di rugiada pare dieno vigori insoliti alla fantasia. La notte è finita, ma i sogni aleggiano ancora; si sogna desti e ogni desiderio sembra facile a compiersi, ogni lavoro a farsi, ogni voto a serbarsi.

Dal monte e dalla pianura, dai fiumi e dai prati si estolle un’armonia indefinita e solenne, una sinfonia piena in cui si confondono le mille voci della natura e che nessun Beethoven eguaglierà mai. È canto d’uccelli, pei campi, è suono di campane pei borghi; momento il più tranquillo del giorno; s’avverte il volo d’un insetto. La natura parla sola e dà ad intendere che essa, buona madre, provvede da sè ai bisogni dei figli; pare che quella pace non debba finir mai, che s’abbia a vivere contemplando e contemplare benedicendo. Più tardi il canto dei contadini cuopre lo spinciare dei fringuelli; nelle selve lontane l’eco porta dai casolari il grave rumore dell’incudine; il rumore cresce, cresce, a poco a poco, come rombo di tempesta che si avvicina; e dalle officine stridenti, dai campi vangati, dai fondachi uggiosi s’alza terribile la voce della necessità.

L’albeggiare in città è meno pittoresco, non meno singolare. Quando Rina uscì sola dal palazzo San Vittore, avviluppata nella sua pelliccia, con le mani aggranchite nel manicotto di martora, sonavano le sette. Mentre scendeva le scale, il cuore le batteva forte; la sgomentava il pensiero di esser vista sola per le vie così di buon’ora, le pareva che la gente dovesse indovinare chi era, dove andava e perchè. Desiderava, tanto le sembrava lungo il cammino, che la portassero a volo, o, per lo meno, di potere giungere sino alla casa di Federigo senza imbattersi in anima viva. Ma quando, traversato l’atrio, oltrepassò il portone e fu nella strada sola davvero, il cuore le si strinse; era avvezza a vederla popolata, e la trovava deserta; la solitudine le fece pena. Nella casa dirimpetto, un lume mandava un fiochissimo raggio tra le imposte socchiuse e Rina si ricordò d’una povera malata che soffriva senza speranza là dentro. Era quello il solo segno di vita che giungesse sino a lei e le rammentava la morte.

Si fece coraggio e si mosse. Al primo piano di una casa della cantonata, un servo scamiciato scoteva dalla finestra un tappeto; quando Rina passò, egli cessò dal moto e pronunziò qualche parola a voce alta, di cui la povera fuggitiva udì il suono, ma non intese per fortuna il significato.

Arrivò, come Dio volle, fino in via de’ Martelli, trovando soltanto qualche operaio, che le passò accanto senza guardarla nemmeno; procedendo ratta ratta sul marciapiede, presso San Giovannino si scontrò con una vecchierella tutta vestita di nero, che usciva dalla messa e teneva ancora tra mano il libro delle preghiere.

Rina andava di passo così rapido, che per quanto si studiasse di scansare la vecchia devota, le fu impossibile di non urtarla lievemente col gomito. Quella si rivoltò come un basilisco e squadrò Rina da capo a piedi.

— Scusi, — balbettò Rina tremando.

— Che scusi! vada più adagino! se andasse in chiesa non avrebbe tanta furia!...

E via, via, una filastrocca di parole che si perderono in suoni confusi dietro la bella fuggente.

Erano lievi accidenti, ma nella imaginazione di Rina divenivano avvenimenti terribili. Traversò la piazza San Marco di passo più lesto; le pareva che ogni pena sarebbe finita per lei, appena avesse vista da lontano la casa di Federigo; entrò nel Maglio e subito fissò gli occhi verso il porto desiderato.

Fermi innanzi alla porta stavano un uomo e una donna, presso ad uno di quei carretti con i quali i contadini dei dintorni portano il latte a Firenze; quando Rina passò vicino a loro, la donna dette all’uomo un’occhiata e tossì; l’uomo tossì anch’esso e più forte per significare che aveva, come suol dirsi, mangiata la foglia.

Rina arrivò finalmente alla casa di Federigo; era tempo! La trovò aperta, volle salire lesta le scale, e le forze le mancarono. — Ma perchè, — si domandava, — perchè questa gente che non mi conosce, che non sa nè di dove vengo, nè dove vado, crede avere il diritto di insultarmi e di scherzare su di me?

Salì, meglio che potè, le scale. Quando fu in cima le parve di rinascere. Picchiò alla porta; Federigo venne ad aprire.

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Felice, dice Aristofane negli _Acarnesi_, chi ti stringerà fra le braccia al levarsi del sole.