VII.
Quando il Valmarana fu dal servitore annunziato alla Marchesa, questa non era sola. Un giovanotto sui venticinque anni, alto, bruno, di capelli nerissimi, stava in piedi davanti a lei. Era l’architetto di casa Villareale. Subito che Alberto entrò, la Marchesa gli fu incontro, gli stese la mano e:
— Buon giorno, Valmarana. Mi permette un momento?...
Alberto s’inchinò; ella, preso un fascio di carte sopra il tavolino, lo consegnò al giovinotto, e, conchiudendo un discorso incominciato da un pezzo:
— Riprenda pure le carte, Bruni; oramai mi sono convinta che il miglior partito è quello proposto da lei. Ne parlerò con Guglielmo più tardi. A rivederla.
L’altro salutò ed uscì.
Alberto, vegliata tutta la notte, era pallido, sfinito; aveva gli occhi rossi, umidi. La Marchesa andò a lui, lo prese per mano e costringendolo a sedersi sopra il sofà accanto a lei:
— Alberto, Alberto.... — disse, — per carità, coraggio.
— Dio ti perdoni, Clara, d’avermi fatto tanto soffrire. Perchè dirmi una bugia?
— Io?
— Sì, Clara. Tu m’hai parlato ieri sera d’un impegno preso anteriormente e dal quale non avevi potuto svincolarti. Ho poi saputo dal Piccardi....
— È vero. Per quanto mi repugnasse, nel vederti ieri sera stralunato, afflitto a quel modo pensai che una bugia era proprio questa volta un’opera di carità. Sì è vero; volli non esser sola con te ieri sera, ma....
— E stamani?... Aspettavo da te una parola affettuosa, e tu, che non mi hai scritto mai, mi scrivi la prima volta sopra una carta di visita dandomi del _lei_.... Oh! dimmi che cos’è accaduto. Da ieri sera in poi io dubito di tutto.
— Anche di me? Spero di no. Alberto mio, voialtri uomini, anche quando siete dotati di una rara squisitezza di sentimento, non arrivate a sapere che battaglie si combattono nel cuore di una povera donna! Ricordati, pensa che una donna, che ha marito e che si rispetta, non si mette nella condizione in cui sono io, senza aver vinto prima una grande resistenza. Certi rammarichi, certi rimorsi — diciamo la parola — gli devi intendere mio Dio!
E fissò gli occhi smorti in quelli del Valmarana.
— Perdonami, Clara; credi che non so dire ciò che penso. Vedi, lontano da te dubito.... qui quando ho le tue mani fra le mie divento un altr’uomo.... Sento che sei incapace di fare il male e ti credo....
— Eh! Alberto.... t’ho creduto anch’io; ecco il guaio....
Tacquero ambedue; Clara a capo basso si gingillava intanto coll’oriolo che aveva tolto dalla cintura; alla fine lo posò sul tavolino innanzi a sè e riprese:
— Tu mi parlavi del tuo amore con una delicatezza quasi femminile; vedevo che mi volevi bene, il tuo ritegno era una prova.... Abbiamo passato di bei giorni.... non te ne scorderai, non è vero?
— Come? Cioè?
— Coraggio, — disse Clara dando una rapida occhiata all’oriolo. — Coraggio, Alberto....
— Oh Dio! che c’è?
— Per amor di Dio sii calmo. Bisogna finire.
— Eh? — urlò Alberto.
— Sss, per carità.
— Ah! ora intendo; hai mentito ieri per venire a questa conchiusione oggi....
— Alberto, soffro troppo in questo momento e ti prego di risparmiarmi un dolore che sarebbe il più forte di tutti; mi raccomando: ch’io non abbia a sospettare mai d’essermi ingannata sul conto tuo. Vedi, Alberto mio, il sacrifizio è necessario. Dio mi aiuterà e mi darà la forza di sostenerlo.... non chiedo che di poter pensare al passato senza rammarico; dimmi dunque che mi credi. No? Non vuoi dirmelo?... Pazienza! Mi fa male pensarlo, ma tu non sai ancora com’io t’abbia voluto bene!...
Alberto guardò fisso Clara poi sentì al tempo stesso parole e singhiozzi fargli gruppo alla gola. Fece per alzarsi, ma Clara lo trattenne e reclinò la testa sulle spalle di lui.
— No, no — riprese Alberto a un tratto — è possibile? Ma che rimorsi puoi aver tu povero angelo a cui nessuno prima di me ha voluto bene? Senti, io consento a tutto, Clara, a tutto; non ti vedrò più sola, non ti ceroherò più, non ti scriverò se occorre; ma che sappia che tu mi vuoi bene, che te lo legga ogni tanto negli occhi.
— Bambino, e credi tu che la manterremmo cotesta promessa? Siamo troppo giovani, ci vogliamo troppo bene, Alberto. No, io parto domani.
— Domani?... Ma perchè?...
— Mi credi? Credi che soffra lasciandoti? Sì? Non mi chiedere il perchè; non te lo posso dire.... Parto domani; tornerò più tardi che sia possibile. Non cercare di me.... pensaci qualche volta....
Fu picchiato alla bussola.
— Avanti, — disse Clara.
— Il signor Piccardi.
— Padrone.... Alberto.... Alberto, per carità....
Claudio entrò; la Marchesa ricompose le labbra al più sereno dei suoi sorrisi.
— Venga, venga, ho un gran bisogno di lei. E, prima di tutto, guardi qui.
Prese un _album_ sul tavolino, glielo dette, e mostrandogli tre o quattro disegni che v’erano contenuti:
— Osservi e risolva.
Poi s’accostò ad Alberto e a voce alta:
— A rivederci dunque, Valmarana, al ritorno. Poi, piano: — Coraggio, Alberto, va’, sei troppo turbato.... ti vorrò bene sempre.
Alberto salutò a mala pena Claudio; e dissimulando meglio che potè la propria commozione, stretta la mano alla Marchesa s’inchinò ed uscì.
La sera stessa il conte Olivares, incontrato al _Club_ Claudio Piccardi, gli battè sulla spalla ed esclamò sorridendo:
— Giusto voi: pare che il signor Valmarana così taciturno ieri sera avesse da dire qualche cosa alla Marchesa e gli seccasse dirgliela in presenza nostra.
— Perchè?
— L’ho visto stamani alle due uscire da casa Villareale.
— Caro Conte, anche questa è sbagliata. Alberto è stato in casa Villareale quando c’era io. A voi; eccovi il biglietto col quale la Marchesa mi ha pregato di passare da lei. Siete persuaso?
— Amico caro, — rispose pacato il Conte, — l’ufficio de’ diplomatici non è quello di persuadersi, è quello di persuadere.