VI.
La mattina seguente la Contessa Laura Alberici, avvolta in una elegante veste da camera di flanella celeste guarnita nell’apertura da rovesce di seta bianca felpata, gingillava svogliatamente innanzi allo specchio con due ciocche di capelli che non volevano stare a modo suo, quando la cameriera entrò nella stanza.
— Che c’è? — domandò la Contessa.
— La signora Marchesa.
— Chi? Clara?
— Sì signora.
— Ma che ore sono?
— Le dieci, signora.
— Le dieci? A quest’ora?... È acceso il fuoco in salotto?
— Sì signora.
— Falla passare.... Vengo.
Mentre la Contessa Laura entrava nel salotto, dalla porta opposta v’entrava la Marchesa di Villareale.
Laura e Clara avevano, mese più mese meno, la stessa età. Due tipi differenti di donna. Clara sovranamente bella, Laura non bella, ma simpatica per la grazia della fisonomia, e per la vivacità dello sguardo. Clara pallida e bionda, Laura colorita, bruna. Clara una donna, Laura una donnina; questa aveva bisogno di studiare qual foggia di vestito, quale accozzo di colori si addicesse meglio alla sua persona, quella comunque vestisse appariva sempre bella nel medesimo modo. E bellissima era anche quella mattina; in testa aveva una _toque_ di velluto nero, addosso un giacchettino a vita in panno inglese bigio con doppia sottana della stessa stoffa, ripresa da svelte pieghe sui fianchi, e sulla quale scendeva da uno dei lati una borsa elegantissima in cuoio nero.
— Come mai, a quest’ora? — domandò Laura andando incontro alla Marchesa.
— Volevo vederti prima di partire — rispose Clara sedendosi sopra una poltrona presso alla stufa; — più tardi avrò qualcosa da fare, poi c’è il corso....
— Prima di partire?... O dove vai?...
— Vo al carnevalone.
— E ritorni.... quando?
— Non lo so; forse passeremo a Milano tutta la quaresima, per andare in aprile sui laghi.
— E quando l’hai presa questa risoluzione?
— Io?... Lo sai, io non ho volontà; ma Guglielmo lo desidera.
— Ma l’altra sera, al ballo, non ne hai parlato; quelli che ho visto ieri sera dopo il teatro non ne sapevano nulla.
— Non ci sono andata; sono stata in casa.
— Ah! è venuto gente?...
— Sì, il Piccardi, il Ferreri, il Valmarana, il Lunati, quel conte Olivares addetto alla legazione di Portogallo.... Lo conosci?
— L’ho visto in casa Dolgoruki.
— Ma non l’ho detto neppure a loro.
— Ah! vuoi proprio che la notizia della tua partenza sia più dolorosa, perchè inaspettata?...
— Oh! dolorosa poi,... non saprei. Resta tanta gente a Firenze, chi vuoi che si lamenti della mia assenza?
— Eh!... conosco qualcuno che se ne affliggerà molto.
La Marchesa fissò gli occhi in viso a Laura e, dopo un breve silenzio, domandò:
— Qualcuno?... Non capisco.
— Mi capisci benissimo, cara mia, — soggiunse l’altra sorridendo.
— Quando ti dico che non capisco... — ripetè Clara.
— Andiamo, è inutile che tu mi faccia la misteriosa. Quand’anche io riuscissi a penetrare tutti i tuoi segreti, sai benissimo che non gli andrei a raccontare alla gente. Non vorrei, perchè odio i pettegolezzi; non potrei, perchè tu conosci un segreto mio e potresti vendicarti a tutte le ore. Dunque quello che so lo so e....
— E che cosa sai?...
— So che il Valmarana ti vuol bene e mi pare che anche tu...
— Io! — esclamò Clara. — Tu sogni, Laura.
— Sarà. Non ne parliamo più.
— Oh! che il Valmarana m’abbia fatta un po’ di corte, è vero; un capriccio di carnevale.... gli passerà.
— No, non è un capriccio. Il Valmarana ti vuol bene, cara mia, e sul serio. Quello piuttosto che non capisco è come un uomo, che, siamo giusti, non è un uomo comune e non è più un ragazzo, oramai si sia lasciato andare così, per la china... senza nessuna speranza, senza nessun’incoraggiamento... È singolare.
— Lo sai come sono gli uomini, pigliano tutto per moneta contante. Se siamo cortesi con loro, gli accogliamo con affabilità, gli invitiamo un po’ più spesso, subito si montano la testa e si imaginano Dio sa che cosa.
— Sì sì, tutto questo va bene quando si tratta di tanti imbecilli che ci vengono pur troppo ogni giorno fra’ piedi.... ma un uomo come il Valmarana! Via, Clara, non siamo più in conservatorio.
La Marchesa tacque per un momento pensando se le convenisse meglio seguitare o troncare quel dialogo, poi:
— Io non nego che il Valmarana mi sia simpatico più di tanti altri. Forse non ho saputo abbastanza nascondere la mia preferenza; anche questo è possibile; ma siccome non voglio nè coltivare in lui un’illusione, nè dare occasioni di chiacchiericci al rispettabile pubblico, me ne vado. Di più non posso fare. Che ne dici?
Invece di rispondere, Laura domandò:
— E quando parti?
— Domattina col primo treno.
— Ti verrò a salutare alla stazione — soggiunse distratta la Contessa.
— Laura — riprese Clara dopo un silenzio breve — tu pensi qualche cosa che non mi vuoi dire.
— No. Sono io ora che non capisco. Se le cose stanno così, che necessità c’è di questa gita a Milano?...
— Ma ti ho detto che è mio marito....
Laura alzò le spalle; l’altra continuò:
— Ora sicuro m’hai messo mille dubbi in testa....
— Io?
— Sì, tu.... Io credevo e te l’ho detto che il Valmarana avesse una simpatia incipiente e che si sarebbe scordato di me prima che arrivassi a Piacenza: secondo te invece è una cosa grave, un sentimento profondo. Imagina un po’ che tu abbia ragione e che con quella benedetta testa gli venga l’idea di corrermi dietro. Sarebbe peggio il rimedio del male....
— Ma e per questo dico: invece di andar via, mi par tanto semplice che tu gli faccia intendere che batte una falsa strada e che tu lo levi di speranza una volta per sempre. Tanto, credilo, a questo mondo il meglio è essere schietti; da ultimo ci se ne trova sempre bene.
— No, no, cara mia; a questa parte non ci son buona — replicò la Marchesa; poi quasi le balenasse improvvisa un’idea: — Aiutami tu.
— Io? Che cosa posso fare io?
— Oh molto!... Quando sarò partita, tu, come di cosa tua, figurando d’aver indovinato.... Già non si dice bugie perchè hai indovinato difatti; potresti parlargli e persuaderlo a non fare imprudenze, a metter l’animo in pace e a lasciarmi tranquilla. Le ragioni non ti mancano. Hai più esperienza di me....
La Contessa riflettè un momento e riprese grave:
— Senti, Clara, io ho il mio convincimento oramai; credo che il Valmarana non sarebbe al punto che è, se tu per una via o per un’altra non ce l’avessi condotto; cotesti sotterfugi, cotesti scappavia non mi vanno e cotesto tuo disegno mi pare, scusa, che pecchi un po’ d’egoismo.
— Ma che cosa devo fare secondo te? — interrogò la Marchesa alzando la testa con alterigia. — Il mio dovere sì o no? Mi pare che la tua sia una morale curiosa.
— Meno curiosa di quel che pensi, — replicò pacatamente Laura. — E poi curiosa o no è la mia. Il dovere.... eh! ce ne sono tanti dei doveri, io, vedi, son disposta a scusare un bacio e a condannare, come una iniquità, una stretta di mano, secondo i casi e le intenzioni. Compatisco e per questo perdono molto alla passione; nulla al calcolo, alla vanità, all’ipocrisia.
Il tono onde furono pronunziate queste parole scombussolò la Marchesa. S’alzò e sforzandosi di celare il turbamento, soggiunse:
— M’avveggo, cara mia, che il mio disegno, per dire come dici tu, è stupendo; non potevo trovare al Valmarana una confortatrice migliore.
E l’altra più fiera:
— Ah! E cotesta che cos’è? Un’offesa? Una vendetta? Per lo meno è una vigliaccheria.
— Laura!
— Eh! Clara, ci conosciamo. In cotesta anima di ghiaccio un sentimento delicato non c’entra. Hai fatto un uomo disgraziato per colpa tua.... sì, sì, è inutile che tu scota la testa.... per colpa tua e ora lo pianti senza rimorso. Soffra, pianga, muoia, peggio per lui; a te, ai tuoi desiderî, alla tua vanità deve essere sacrificata ogni cosa. Eri così in conservatorio, e dopo quindici anni sei sempre la stessa.
— Peccato, — replicò sogghinando Clara, — che il Valmarana non sia ad ascoltare coteste belle tirate dietro un uscio, come usa nelle commedie; — e senza voltarsi, traversata la stanza, uscì.
Laura immobile le lanciò dietro un’occhiata piena di sdegno.
La Marchesa arrivata a casa prese due de’ suoi biglietti di visita; sopra uno scrisse: “Caro Piccardi, vuole avere la cortesia di passare da me al tocco e mezzo? _Non più tardi_, badi. L’aspetto.„ Sopra l’altro “Caro Valmarana. Ho bisogno di vederla, venga da me al tocco e un quarto _preciso_.„ Li chiuse in due buste e fattaci la soprascritta ordinò a un servitore di recapitarli immediatamente.