Chapter 43 of 54 · 1119 words · ~6 min read

XIII.

Livorno nell’estate porge, come qualunque altro luogo di bagni, argomento ad un libro intero. Ah! se quel birichino di folletto, che ne’ silenzi della notte s’aggira intorno alla mia scrivania e mi batte colle lievi ali la fronte, quasi a destarvi i fantasmi intorpiditi, volesse ascoltare da me una preghiera, io gli direi: portami, folletto bizzarro, portami il calamaio di Lorenzo Sterne e la penna di Enrico Heine, ed io, pigliando argomento da’ bagni di Livorno, ti detterò le più leggiadre pagine fra quante ne dettarono sin qui gli scrittori acuti ed arguti.

Pancaldi! Palmeri! che lanterna magica! che mostra di vanità! che semenzaio di bugie! quante antipatie nascoste e quante gentilezze ostentate! E questi va e quegli viene; fra una scorpacciata d’ostriche e una trottata all’Ardenza, nascono le amicizie di un’ora e gli amori d’una settimana. Si balla sulla riva e si canta; e i flutti insonni, come il chiama Eschilo, accompagnano col loro cupo ritornello le melodie dell’orchestra. Poi tutto ad un tratto, l’incanto si rompe; chi fugge di qua, chi di là; l’uno torna al fondaco uggioso, l’altro corre ai campi pieni di luce; questi alle avide cure del commercio, quegli ai faticosi ozii della caccia. Le case, donde per le aperte finestre uscivano le grida de’ bambini e le note della romanza, ammutoliscono; il vento di libeccio sbatte le tamerici, sconvolge le arene della spiaggia e vi cancella le orme impresse durante i rapidi colloqui d’amore! Solo, ogni tanto, ritorna a’ luoghi deserti qualche melanconico pellegrino cui preme sciogliere il voto delle ricordanze, o ricercare il proprio cuore che una bella vagabonda ha portato con sè. Oh! dammi, capriccioso folletto, invocato compagno delle mie notti operose, dammi il calamaio di Lorenzo Sterne e la penna di Enrico Heine, ed io ti detterò in fede mia un bel libro che avrà un sorriso in ogni linea e una lacrima in ogni pagina!

Annottava; il libeccio incominciato sulla metà del giorno era rinforzato dopo il tramonto; le onde si sollevavano in alti cavalloni e spingevano fin di là dalla spiaggia gli spruzzi della schiuma verdastra. La via dell’Ardenza, di solito così rumorosa a quell’ora per le molte carrozze, era deserta; poca gente a Pancaldi; soli sulla terrazza Alberto Valmarana e Laura Alberici.

Alberto guardava fisso e distratto il mare, Laura fissa ed attenta Alberto.

— E ora a che cosa pensa?... — gli domandò, dopo averlo osservato qualche minuto in silenzio.

— Io? — rispose Alberto — a nulla; guardavo il mare; questo povero mare che è tanto bello, e a cui non bada nessuno.

E tacque ancora. Laura dopo un altro po’ di tempo, sorridendo mentre egli si volgeva a lei:

— Sempre al mare?...

Alberto non rispose; ella continuò:

— Mi accorgo che non ha ancora acquistato il coraggio di dire le bugie.

— Non ne ho mai dette, perchè non ho mai avuto una ragione sufficiente per dirne. Non ho nulla da nascondere. Se avessi commesso qualche errore, ne porterei la pena io solo; ma, guardi un po’ che orgoglio! non credo di averne commesso nessuno; forse la gente pensa altrimenti, ma io non muto opinione.

— E perchè mi dice a codesto modo? Mette anche me fra “la gente?„

— No, Contessa, le pare? È un vizio che ho di parlare qualche volta tra me e me....

— Anche in presenza degli altri?...

— Ha ragione; ma lei, che è così buona, non dovrebbe rimproverarmi....

— Buona? Mi crede veramente buona?

— Veramente e profondamente buona; credo anzi che sia capace di tutte le bontà; di quella che viene dall’istinto e di quella, dirò così, di seconda mano, che viene dalla riflessione.

— Non la ringrazio, perchè non credo che mi faccia un grande elogio! ci vuol così poco a esser buoni a questo mondo. Perchè sorride?

— Sorriderei anche se sentissi Rotschild, dire: ci vuol così poco a non morire di fame! Fra tutti i doni che si possono avere nascendo, io credo che la bontà dell’animo sia il più pregevole, e, noti bene, il più utile.

— È un paradosso?

— No, è una verità. L’ingegno? È un gran dono, ne convengo, ma procaccia dolori senza numero e li fa più gravi. Non c’è un uomo d’ingegno potente che (scusi la metafora) non senta sonare dentro sè la nota dell’elegia. La salute? Un altro gran dono; ma è come una strada stupenda che meni a un precipizio; e per la via della salute o per quella dei malanni si procede ad ogni modo verso quell’abisso ignoto che è la morte. La ricchezza? Dio mio! a questo mondo non si comprano se non le cose che non mette conto di comprare. Non si comprano nè la salute nè l’ingegno, a buon conto, non la bellezza, non la speranza, non l’amore.

— La speranza bisogna non perderla mai... e l’amore....

— L’amore? — chiese Alberto.

Laura non rispose.

— L’amore! — riprese Alberto dopo qualche minuto; — l’amore poi.... basta, non ne so nulla; non so nemmeno se abbia veramente amato in vita mia; forse me lo sono figurato; e oramai posso dire anch’io col Petrarca: “La mia favola breve è già compita!„

Dopo una pausa breve Laura riprese.

— Mi ritratto.

— Di che cosa?

— Ho detto poco fa che lei non aveva ancora acquistato il coraggio di dire le bugie. Ho sbagliato. Scusi.

— Perchè? Ne ho detta qualcuna?

— Dunque lei non è sicuro di avere voluto bene?

— Bisogna distinguere.

— Io non le domando se ha voluto bene a suo padre o a sua madre. Parlo d’amore.

— E io ripeto che non lo so: forse. A ogni modo ho fatto punto.

— No — riprese fieramente Laura fissandolo in volto — non lo dica, Alberto. Ha amato una donna non forse, ma di certo, l’ha amata profondamente e lungamente. Non dica di no; l’ha dimenticata? Può dimenticarla? Non lo so. Ma comunque sia, mi par sempre presto per far punto.

— Lo crede?

— Perchè no? Dopo le burrasche bisogna ridursi in porto. Ma per amare un uomo che ha avuto come lei una passione violenta, una passione che cova forse ancora nel profondo del cuore, ci vuole una donna che sia capace di molta annegazione, che voglia fermamente, che sia pronta a sopportare tutto senza rammaricarsi mai.

— E questa donna si può trovare?...

— Chi lo sa? Mi pare bensì che metta conto di cercarla.

Alberto stava per rispondere; quando udendo de’ passi come di persona che salisse la scala, si volse verso quella parte della terrazza. Una donna comparve. Alberto rimase muto a guardarla durante un secondo, che gli parve un secolo; Laura s’era voltata anch’essa e aveva riconosciuto la Marchesa di Villareale.