XVIII.
Guglielmo andò a casa insieme con Clara; non le fece parola di ciò che era accaduto al teatro, nè ella, tacendone lui, volle essere la prima a parlarne. Licenziata la cameriera, si coricò, ma non le fu possibile chiudere occhio in tutta la notte; tante idee le passarono per la testa, tanti sentimenti e diversi le tumultuarono nell’animo. Temeva di Guglielmo; le pareva naturale ch’egli mostrasse aperto il proprio risentimento ad Alberto e la impauriva lo scandalo, sicuro effetto della contesa. Era convinta oramai che Alberto sapesse gli amori di lei con Michele, ma convinta del pari che, qualunque cosa fosse per accadere, Alberto dopo quel primo impeto tacerebbe a qualunque costo.
Nondimeno si preparò ad ogni evento; sebbene non le riuscisse addormentarsi, la mattina dopo chiamò la cameriera più tardi del solito; e quando, giunta l’ora della colazione, l’avvisarono che il Marchese l’aspettava, ebbe cura di tardare venti buoni minuti ad uscire dalla camera.
Nella stanza da pranzo Guglielmo stava intanto leggendo un giornale. Clara entrandovi,
— Abbi pazienza — disse: — ho dormito tanto; mi sono svegliata tardi e t’ho fatto aspettare....
— No, no; ho anticipato io nel chiedere la colazione. Non m’è stato possibile chiuder occhio in tutta la notte....
— Come mai?
— Il Valmarana m’ha talmente stizzito ieri sera....
— Oh! per carità, Guglielmo.... non mette conto neppure di parlarne.... sai che è tanto strambo quel povero ragazzo....
— Sì, sì; ma quando uno è strambo fino a quel punto deve viver da sè; glielo ho detto e glielo ripeterò.
— Guglielmo, per amor di Dio, non mi dar dispiaceri.
— No, sta’ tranquilla; voglio che Alberto ti domandi scusa.
— Di che?
— Come di che? Di quel che ha detto ieri sera.
— Ma forse, chi sa? non ebbe nemmeno l’intenzione di dire un’impertinenza a me.
— Lo credo anch’io, ma che importa? C’erano in palco il Piccardi e il Ferreri; conosco i miei polli e non voglio chiacchiere.
— Fa’ come credi; non mi accôro, perchè son sicura che il Valmarana farà tutto quello che vuoi. Solamente, o lasciar correre o far la campana tutta d’un pezzo.
— Sarebbe a dire?
— Bisogna pagare il Bruni e servirsi d’un altro architetto.
— Perchè?
— T’è sfaggito forse: il Valmarana parlò d’amanti biondi; poi si fermò un secondo e soggiunse: “o amanti bruni.„ Sarà un’allusione o non sarà....
— Ma nemmeno per idea. Che diavolo ti viene in testa? Non ci mancherebbe altro: ora che deve costruire l’ala nuova del palazzo.... E chi vuoi che dica?...
— Lasciami finire. Non ho mica paura; figurati! nessuno ci crederebbe, e poi mi basterebbe che non ci credessi tu.... Ma io veggo in tutto questo la mano di una mia carissima amica, e siccome la so capace di tutto....
— La mano di chi?
— Di Laura Alberici. Sai che a Pegli ci hanno detto che il Valmarana doveva sposarla; arrivata a Livorno, io, che sono franca e non so capire i sotterfugi perchè non li so fare, domandai ad Alberto, dirimpetto a molta gente, se la notizia era vera. Non mi rispose; Laura se ne impermalì, ed ora per vendicarsi di me, che ho avuto il torto d’immischiarmi nei suoi pasticci, mette su il Valmarana contro di me e fors’anche mi favorisce un amante; e siccome non sa chi scegliere, perchè da mesi e mesi non vediamo nessuno, m’appiccica forse il signor Michele che è stato a Pegli, ti ricordi? quando tu sei andato a Courmayeur. L’architetto, il quale, nota bene, ha cinque anni meno di me! È una supposizione, bada, ma mi pare sia meglio liberarsene e....
— Scusa, mi pare invece che il rimandare il Bruni, il toglierlo da’ lavori ora che sono incominciati, darà più che mai ragione a questa signora di spargere calunnie.
— Oh! no, perchè diremo chiara e tonda, a chi la vorrà sapere, la ragione per la quale, sebbene con molto rammarico, abbiamo dovuto allontanarlo da casa nostra.
— Fa’ tu.
— No, scusa, non è una bella parte e non mi sento punto la voglia di farla io. Stamani quando viene....
— Stamani non lo vedrò, devo uscire; avrò tempo in giornata, mi pare; non c’è fretta. E poi, siccome è capacissimo, non ti nascondo che mi dispiace.
— Ti prego....
— Sì, sta’ tranquilla, te lo prometto — conchiuse Guglielmo.
E stretta la mano alla moglie uscì dalla stanza, scese le scale e s’avviò lentamente verso la casa d’Alberto.
Era caduta molta neve e gli fu forza andarsene a piedi.
Un’ora dopo Giovanni bussava allo porta del gabinetto di Clara.
— Avanti. Che c’è?
— Il signor Bruni ha cercato del padrone. Gli ho detto che è fuori e mi ha mandato a domandare se la signora Marchesa ha bisogno di lui.
— No — rispose risoluta Clara.
Poi, mentre Giovanni stava per oltrepassare la porta:
— Ah! sì... a proposito, ditegli che ho bisogno di parlargli un momento, se non ha nulla da fare, salga subito; se no, più tardi; non è cosa che prema.
Quando di lì a poco Michele entrò nel gabinetto, Clara gli andò incontro, e parlandogli in fretta e a bassa voce:
— Non restar qui — gli disse — fa’ che Guglielmo non ti trovi in tutto il giorno; e se mai per caso ti imbattessi in lui, non ti meravigliare di quello che ti dirà... non rispondere nulla, aspetta: e sta’ tranquillo... ci sono io... che ti voglio bene.... E ora va’..., va....
Michele attonito avrebbe voluto domandare chi sa quante cose; ma Clara, senza aggiungere sillaba, lo spinse con dolcissima violenza fuori dell’uscio.
Appena fu uscito, Clara s’accostò allo specchio, e rialzati i capelli sulle tempie stette immobile guardandosi per un momento; poi sorrise, di un sorriso pieno di sdegno, di scherno, di sprezzo, di compiacimento. Se il marchese di Villareale fosse a caso rientrato in quel momento nel salotto, la faccia di sua moglie gli avrebbe messo paura.
Sui tetti, sulle finestre, per le vie s’era alzato già più d’un palmo di neve. Alberto, levandosi, aveva acceso nel camino un gran fuoco, alimentato poi per cinque ore con carbon fossile e legno di quercia. Il termometro segnava diciassette gradi, e Alberto sentiva un brivido serpeggiargli per le ossa. Se ne stava semisdraiato sopra una poltrona profonda vicino al caminetto, quando Stefano, entrando, gli annunziò il marchese di Villareale.
— Padrone — rispose Alberto, e si alzò.
Guglielmo si fermò sulla soglia; un po’ perchè, dolente della cagione che lo conduceva colà, gli sapeva male andare innanzi; un po’ perchè le vampe di calore che venivano dal salotto gli mozzarono sulle prime il respiro.
S’avanzò, dopo un momento, tenendo in mano il cappotto, verso il Valmarana e con severa tranquillità:
— Non credo che ci sia bisogno di dirti il perchè son venuto.
Alberto immobile non rispose.
— Se non ti conoscessi da un pezzo, avrei mandato due amici a chiederti conto delle tue parole, del tuo contegno; credo che tu non sia persuaso, nemmeno in tesi generale, di quello che dicesti, ma poco importa; credo altresì che non ti sia passato per la testa di offendere me e mia moglie che ti abbiamo accolto sempre, scusa se te lo ricordo, con cortesia. Ma il tono, le parole che dirigesti a Clara ed a me in presenza di testimoni.... Insomma bisogna che tu chieda scusa a mia moglie e subito.
— Non ebbi intenzione di offendere nessuno; risposi un po’ bruscamente a te perchè m’avevi parlato con un po’ troppa alterigia. Non mi pare che ci sia bisogno di scuse.
— Non divaghiamo — riprese il Marchese anche più severo e alzando un tantino la voce — questo nostro colloquio non può molto protrarsi. Se avessi supposto che t’era passato per il capo di fare offesa a me o ad altri, avrei operato diversamente; non domando che mi dichiari il significato delle tue parole; per me non hanno nessun significato. Fatto sta che hai mancato di rispetto ad una signora; se intendi chiederle scusa bene, se no....
S’interruppe; poi:
— Andiamo, via, Alberto, vedi un po’ dove mi trascini.... Stasera Clara sarà al teatro... potrai venire nel palco e con due parole....
— No — rispose subito Alberto.
— No? Sta bene — disse il Marchese.
E si mosse verso la porta.
— Un momento.
Alberto s’accostò al tavolino, prese una penna e un foglio da lettere ornato del suo monogramma e scrisse:
“Le domando scusa, Marchesa; spero che vorrà dimenticare i paradossi che mi uscirono di bocca ieri sera in un momento di cattivo umore.„
“VALMARANA.„
Porse il foglio a Guglielmo; questi lo lesse, e:
— Grazie, Alberto — disse.
E gli prese la mano e la strinse; poi, vedendo che Alberto restava zitto e in piedi,
— Addio dunque — riprese.
— Addio.
Il Marchese uscì; e per le scale pensava:
“Quel povero Alberto m’è sempre parso un po’ bizzarro, ma ora poi mi par diventato matto addirittura.„
Quando il Marchese fu uscito, Alberto si gettò sopra la poltrona; appoggiò i gomiti sui ginocchi e si coprì colle palme la faccia. Così stette lungamente, quando sentì il capo farglisi grave tentò d’alzarsi, ma gli occhi gli s’abbagliarono, gli si piegarono le gambe e ricadde. Gli pareva come d’udire un ronzìo confuso di mille voci sottili; fece un nuovo sforzo; appoggiandosi con una mano al muro, con l’altra alle seggiole sparse per la stanza, s’accostò alla finestra, l’aprì e tuffò la testa nella spessa neve che s’era accumulata sul davanzale. Si sentì sollevato e rimase come sbalordito per più di due ore alla finestra; un vento ghiacciato gli illividiva il volto, e la neve gli copriva co’ suoi fiocchi bianchi i capelli.
Guglielmo non tornò a casa che all’ora di pranzo: e quando mostrò a Clara le poche righe scritte da Alberto.
— Povero Valmarana! — disse quella, — l’ho sempre pensato che non è cattivo, ma ha un benedetto naturale.... oh! meglio così! non ci si pensa più; ha fatto bene a scrivermi.... star lì ad ascoltare uno che fa delle scuse non è punto piacevole per una donna; e, confesso il vero, mi sarei sentita impicciata....
Stette pensosa un momento, accartocciando il foglio con naturale noncuranza, poi:
— Del rimanente — continuò — abbiamo fatto uno sproposito anche noialtri.
— Quale?
— Quello di mandar via il Bruni. È stato quasi un venire a patti colla calunnia. Oramai è fatta....
— Non è fatto nulla, — rispose il Marchese — perchè io ho cercato Michele e non l’ho potuto trovare. Te l’ho detto sin da stamani che era uno sproposito; ora che ne sei finalmente persuasa anche tu io non gli dirò nulla e festa finita.
— No.... aspetta, lasciamici pensare ancora ventiquattr’ore.
— Pensaci, ma che se n’esca dentro domani.
Ventiquattro ore dopo la Marchesa non aveva ancora pensato abbastanza; ma poichè Guglielmo s’impazientiva, ella disse d’accostarsi, per deferenza verso il marito, all’opinione di lui; e così fu conchiuso che il Bruni seguiterebbe a prestare i propri servigi alla famiglia Villareale.
Due giorni dopo arrivava a Campomoro un dispaccio diretto a Mario Loveni dal cameriere d’Alberto e concepito in questi termini:
“Il padrone sta malissimo. Venga subito.„