IX.
Intanto che Alberto pensava a Clara, v’era un’altra persona che pensava a lui: Laura Alberici.
Clara aveva detto a Laura che sarebbe andata via la mattina dopo e questa aveva mandato il servitore a casa Villareale perchè s’informasse se la Marchesa era partita o no. Gli avevano risposto di sì; ma questa notizia non bastava all’Alberici. Clara aveva riveduto Alberto? Che gli aveva detto? E lui?... Laura la quale, vivendo a sè, usciva raramente di casa e non andava nel bel mondo, se non quando glielo imponeva un debito di convenienza, in quegli ultimi giorni di carnevale fece di notte giorno; fu al corso, a’ balli, al teatro, a’ veglioni; cercò d’Alberto, ma inutilmente.
Con quel tatto delicatissimo che hanno certe donne e che non s’impara a nessuna scuola, si adoperò nel far notare l’assenza d’Alberto alle conoscenze comuni, senza pur mostrare di notarla ella medesima; e tanto fece e con tanta arte, che Alfredo Ferreri si offrì d’andare il giorno dopo da Alberto e indagare che cosa fosse stato di lui.
E dopo ventiquattro ore Laura sapeva che Alberto non era uscito da tre giorni; e ad Alfredo aveva fatto chiedere scusa di non poterlo ricevere, a cagione di un forte dolor di testa che lo tormentava.
Alberto era stato presentato alla Contessa da Mario Loveni, che, negli ultimi mesi della sua dimora in città, frequentava casa Alberici, perchè Laura sapeva tollerare quella malinconia che avrebbe annoiato altri e in lei destava un senso di profonda pietà. Sapeva Laura l’affetto fraterno di Mario per Alberto; senza porre tempo in mezzo scrisse dunque questo biglietto:
“_Caro Loveni_,
“Il Valmarana sta da qualche giorno poco bene: credo che Lei non lo sappia; se lo sapesse sarebbe a quest’ora già qui.... Le scrivo perchè mi pare utile che il Valmarana abbia in questo momento presso di sè un amico, un amico _vero_, s’intende; e non ha altri amici veri che lei o me: ma io sono, per mia disgrazia, una donna.... e non ho ancora i capelli bianchi.
“Sua affez. “LAURA ALBERICI.„
La lettera arrivò a Campomoro la sera alle otto, la mattina dopo alle sei Mario, che pare avesse l’uso di viaggiare di notte, giungeva con Reno a Firenze.
Mario partì da Campomoro subito dopo ricevuta la lettera della Contessa, perchè trattandosi d’Alberto non sapeva frapporre ritardi, ma in sostanza dalla lettera intese poco; aveva lasciato pochi giorni innanzi l’amico in ottima salute e gli pareva impossibile che si fosse ammalato così ad un tratto e tanto gravemente, da bisognare della presenza di un amico _vero_; poi se la malattia fosse stata grave Alberto non lo avrebbe fatto chiamare? E non potendo Alberto, non lo avrebbe avvisato il cameriere? E d’altra parte il biglietto diceva “sta poco bene.„ Fra queste dubbiezze arrivò a casa di Alberto.
Stefano venne ad aprirgli.
— Come sta?
— Chi?
— Alberto.
— Bene.
— Come bene?
— Bene per grazia di Dio.
— Ma.... è stato malato?
— No signore.
— Dov’è?
— In camera.
— Dorme?
— Non ha ancora chiamato: e, lo sa, non vuole che s’entri in camera finchè non suona il campanello. Ma quando arriva lei è un altro affare. Ora vado....
— No.... aspetta. A che ora è tornato ieri sera?
— Eh! son tre giorni che non esce di casa.
— Ah!... e.... è venuta gente da lui?
— Il signor Ferreri, ma non ha voluto riceverlo; gli doleva il capo.
— A che ora è andato a letto?
— Eh! tardi, se è andato....
— Come?
— Già, sì signore: a volte non va; trovo il letto la mattina tale quale l’ho lasciato la sera innanzi.
— Va’ a dirgli che ci sono.
Nei pochi minuti che Stefano impiegò per andare nella camera del suo padrone, Mario ebbe campo a riflettere su parecchie cose. Alberto era malato, ma non fisicamente: di quel solito male, dunque, di cui Mario stesso fece la diagnosi, la mattina in cui lo vide tornare dal ballo; le cose erano, al vedere, peggiorate alquanto.
E la Contessa come sapeva tutta questa storia per filo e per segno? Mario entrò nel campo fertilissimo delle supposizioni e di ipotesi in ipotesi arrivò a imaginare che Alberto fosse innamorato di Laura; che tutta la malattia dell’uno e la premura dell’altra venissero da qualche leggero dispetto pel quale fossero crucciati; e che a lui toccasse accomodare le cose e acquetare gli sdegni e spiegare i malintesi. Si fermò su questa idea con molto compiacimento; que’ due gli parevano proprio fatti per stare insieme; e con un moto di letizia quasi infantile presa fra le mani la testa del cane e alzatala verso di sè:
— Buone notizie, caro Reno, — esclamò — buone notizie!
In quel punto Alberto entrò nel salotto.