IV.
Mario Loveni era nato a cattiva luna; arrivato ai trent’anni non poteva, richiamando alla mente il passato, trovarvi conforto di memorie care. Sua madre morì nel darlo alla luce; suo padre, banchiere tutto dedito ai negozi, lo pose in collegio a otto anni; andava un paio di volte al mese a vederlo per una mezz’ora, gli portava de’ dolci, gli faceva due carezze svogliate e partiva; non aveva nell’animo del figliolo seminato l’affetto e non lo raccolse. Mario stette sei anni in collegio, sei anni di tormenti. I compagni lo burlavano per la sua cera malinconica e la ritrosìa, i precettori lo trattavano con sussiego; ed egli che, quantunque bambino, desiderava un po’ di affetto, trovava lo scherno sciocco da una parte, la fredda autorità dall’altra. Un giorno il socio di suo padre gli annunziò che questi era morto per una caduta da cavallo, e prima di chiudere gli occhi, lo aveva nominato tutore del figliolo. Il tutore levò Mario dal collegio; uomo che al padre di lui rassomigliava nell’indole, nelle consuetudini, nei pensamenti, seguitò col ragazzo la stessa musica; lo confinò in campagna a Campomoro, gli andò a fare una visitina a scappa scappa di quando in quando, gli raccomandò al solito di studiare e di farsi uomo, e non se ne curò più che tanto.
Mario nelle solitudini della sua villa si dette tutto agli studi, e dai quattordici a’ venti anni non visse che per imparare; così che quando uscì dalla minore età ed il tutore, consegnandogli il ricco patrimonio lasciato dal padre, lo fece libero di sè, Mario era un dotto, ma non un uomo; sapeva a mente Plutarco e si figurava di non trovare lungo il proprio cammino che eroi. Tutti i suoi pensieri volavano colle ali dell’entusiasmo verso un polo unico: l’amore del buono. Era ricco, simpatico e trovò nel bel mondo, di cui si fece assiduo frequentatore, molti che gli proffersero la propria amicizia; ed egli in compenso aprì loro il cuore riboccante di affetto e la borsa pingue di danari. Gli amici, da gente discreta, scelsero, s’intende, la cosa meno preziosa: i danari; e in capo a due anni facendo i conti, Mario s’avvide che aveva buttato via un quinto del suo patrimonio in imprestiti forzati, consolidati, senza pagamento di frutti.
— Meno male, pensò, che ho scapitato solamente qualche centinaio di migliaia di lire; poteva andarmi anche peggio!
Volle dare alla propria vita un intento. Nei libri aveva attinto anche lui il desiderio onde è oggi tormentata la più gran parte degli uomini che pensano, di trovare una medicina per guarire le piaghe della umanità. Dato un addio ai salotti, scese nelle officine; gli pareva di conoscerlo il popolo; glie lo avevano dipinto con tanta evidenza il Fourier, il Cabet, il Blanc, il Proudhon. Praticò gli artigiani; nelle anime loro esulcerate dalla servitù, egli voleva versare il balsamo della pace; e sedate le collere, suscitare, aiutare le oneste speranze.
E trovò nelle officine e nelle soffitte ciò che aveva trovato altrove: appetiti infingardi, bramosie selvagge, alimentati quotidianamente dalla superbia e dall’invidia; prepotenze, rivalità senza fine, brutture d’ogni maniera.
Dure prove, dalle quali un altro sarebbe uscito sgomento. Mario no; era tale in lui il bisogno di credere, che quando un sogno si dileguava egli si cullava in un altro.
Alcuni chiamano debolezza questo creare i fantasmi per adorarli poi, incielati in una specie di paradiso morale. Ma chi soffre della triste realtà di questo mondo mediocre, trova, sollievo ineffabile, vigori rinascenti di continuo per spandere le proprie effusioni sopra queste creazioni ideali della fantasia, le quali traggono da noi quanto v’ha di buono, di puro, di sacro in fondo a noi stessi.
— “Ma è inutile!„ soggiungono.
Già; inutile, come contemplare commossi il sole che tramonta, o la luna che sorge; inutile, come lo infiammarsi di fervore e di affetto innanzi a qualche capolavoro dell’arte; inutile come l’amare, come il soffrire, come la vita istessa che ha due sole cose veramente grandi: l’amore e il dolore.
Eppure v’hanno uomini d’acciaio e donne di neve che non intendono queste caste voluttà dello spirito; sogghignano e compiangono. Anche i soldati d’Attila schernivano i banchetti dei nipoti d’Apicio!
Al tempo del suo apostolato democratico, Mario conobbe una di quelle ragazze che credono in coscienza di fare le crestaie ed hanno la pericolosa consuetudine di lasciare la chiave nell’uscio di casa. Non era bella, ma passionata nello sguardo pieno di mistero. Mario credè leggervi il tedio della vita che ella menava, il desiderio di pace, il rammarico d’averla perduta forse per sempre. L’amò come sapeva amar lui; la vestì al solito dei colori dell’imaginazione e le prestò generosamente tutti i requisiti che le mancavano. Fu seco imperioso come un uomo e ad un tempo docile come un bambino; era ignorante, si piegò con pazienza a educarla, era corrotta, volle correggerla! ahimè!...
Avete un bel serrare la cingallegra in una gabbia d’oro e darle ogni giorno il panìco e ripararla dai geli del verno, dagli ardori della canicola; lasciatele l’usciolino socchiuso ed essa tornerà a’ campi aperti. Un bel giorno Mario tornando a casa trovò la gabbia vuota; la cingallegra aveva ripresa la via delle selve. Giulia se n’era andata lasciando a Mario una lettera, documento importantissimo per il quale si faceva manifesto che egli non era riuscito a insegnarle nè la morale, nè la calligrafia.
Fu quello un brutto giorno per Mario; si sentì scosso; e capì che oramai nulla, se non amarezze solitarie, poteva aspettare dalla vita.
Comprò un cane, Reno, e andò a nascondersi a Campomoro.
Là in campagna, stracco qualche volta per le lunghe passeggiate sulla collina, godeva se non altro, dei benefizi del sonno, e fino all’autunno le cose andavano meno male; quando l’inverno arrivava, Mario era costretto a passare le sue giornate innanzi al fuoco; e, solo, vagheggiava gli antichi inganni, e gli era unico conforto il ricordarsi di avere sperato!
Reno compieva alla meglio il suo ufficio d’amico affezionato e discreto.
Ma quando la sera sul tardi la povera bestia si poneva a dormire sopra una seggiola in prossimità del camino, Mario pensava tra sè:
— Amare una bestia è qualcosa, ma non basta! Se là su quella poltrona fosse seduta una donna, eh! il tempo passerebbe senza ch’io me ne accorgessi; la tramontana soffierebbe senza ch’io mi domandassi al solito: “Che farò domani?„ E vivrei un po’ meglio che in questa solitudine notturna, dove non ho altra occupazione che attizzare il fuoco e porgere l’orecchio al vento che mulina tra i platani del viale!...
Eppure, se dopo una notte insonne apriva la finestra e la luce dell’alba entrava nella sua stanza insieme con l’aria fresca impregnata d’aromi silvestri, sentiva rinvigorire il corpo e l’animo rinnovarsi; usciva a godere delle commozioni dolci e tranquille che la natura dà per nulla ai suoi amici più oscuri; e se una nuova speranza non fosso venuta a tormentarlo, succeduta da un nuovo dolore, forse egli si sarebbe acquetato per sempre nel convincimento che un breve lembo di terra, qualche albero, un sentiero angusto cui fiancheggino le borraccine e il lavoro facile e portentoso della natura bastano ai bisogni dell’uomo che pensa e che sente.
Un giorno ch’egli faceva appunto una di queste camminate s’imbattè in una bambina di circa otto anni, sudicia, stenta. Vedendolo, ella si fermò, e parve volesse chiedergli qualcosa; poi, come vinta dal ritegno, abbassò gli occhi e tirò per la sua strada. Mario prima le tenne dietro con lo sguardo, poi la chiamò.
La bambina si volse.
— Come ti chiami, bimba?
— Carmela.
— E dove stai?
— Alla Pieve de’ Monti.
— Così lontano? E dove vai?
— A Firenze.
— A che fare?
— A vedere la mamma.
— E vai sola?
— Chi m’ha a accompagnare? Il babbo non l’ho più.
— E la mamma t’ha lasciato? Dov’è?
La bambina si strinse nelle spalle e non rispose. Mario sedè sopra un mucchio di sassi, fece sedere accanto a sè quella povera creatura, le ripetè molte volte e senza frutto l’istessa domanda. Alla fine:
— Tu non puoi andare da te, bambina mia, a Firenze.
— Posso.
— Ma a casa non ci hai nessuno?
— No.
— Facciamo così, vieni da me; stasera ti riposerai e domattina, se ti parrà, te ne anderai via.
La bambina non fiatò; ma quando Mario si mosse gli tenne dietro silenziosa. Egli la prese per la mano, che scottava e tremava; vinse la repugnanza destata in lui dalla pelle della piccina coperta di sudore e di polvere e se la portò in collo fino a Campomoro.
Il giorno dopo Mario, che aveva chiesto informazioni alla Pieve dei Monti, sapeva per filo e per segno la storia di quella creatura. Era la figliola di un muratore morto un anno innanzi; la madre di lei era stata condotta in carcere pochi giorni prima, rea confessa di furto qualificato.
Quando si dimostrò con la bambina al fatto d’ogni cosa, questa dette in un dirotto pianto, nascondendo dalla vergogna il viso tra le mani; e tanto lo pregò e scongiurò perchè la mandasse a vedere la madre, che Mario prese il partito di condurla egli stesso a Firenze.
Ottenne non senza qualche difficoltà il permesso di accompagnarla nella prigione.
Quando v’entrarono, la donna se ne stava accoccolata in un angolo; appena riconobbe la bambina:
— Che sei venuta a fare? — domandò brusca.
— L’ho condotta qui perchè voleva vedervi — rispose Mario — la trovai l’altro giorno sulla strada maestra. Buon per lei e buon per voi! se non ero io a quest’ora sarebbe morta di freddo e di fame.
— To! chi _gl_’insegna a far la girellona? Se restava a casa, qualcheduno ci avrebbe pensato anche a lei; sta meglio lei fuori che io dentro.
La bambina intanto singhiozzava a capo basso senza dire una parola.
— Siete disposta a dare legalmente il vostro consenso perchè io la tenga con me? Ve la restituirò quando avrete scontata la vostra pena.
— Per me? Uhm! faocia un po’ lei! O fuori o dentro con che l’ho a campare io? Se il _mi’ omo_ mi avesse dato retta la sarebbe ita più liscia. Glielo dissi io quando la venne al mondo: portala agl’_Innocenti_... la rota la c’è apposta per buttarci i figlioli de’ poveri. Ma lui no!... volle far di _su’_ testa. E c’è cresciuto in casa cotesto tisicume che non sa far nulla, che non può far nulla... _ora gli dole_ il capo... ora ha gli stomachini....
— Dunque me lo date il permesso?
— Magari!
— Bene: via, piccina, di’ addio alla mamma e vieni con me.
La bimba, che il linguaggio della madre non aveva meravigliato perchè c’era assuefatta, le si accostò, le dette un bacio e,
— Addio, mamma — disse; — vo con questo signore: quando ti manderanno via, se mi vorrai, verrò... se, no... pazienza! ma quand’esci di qui, per l’amor di Dio e del povero babbo bada di non ci tornar più!
Quel dialogo breve bastò a mutare in affetto profondo la pietà che nell’animo di Mario aveva ispirata la bambina; la ricondusse a Campomoro, le insegnò leggere e scrivere e, sebbene non credente, le parlò di Dio; conosceva gli angosciosi accasciamenti del dubbio e lei volle paga nella serenità della fede; si adoperò con ogni sollecitudine a rattoppare, come suol dirsi, quel corpicciattolo smunto e malaticcio; e a poco a poco nella dolce consuetudine dimenticando il passato, si figurò a volte che Carmela fosse sua figliola.
Ella obbedì a ogni volontà del benefattore e l’amò; ma non potè mai dargli una consolazione da lui desideratissima; quella di vederla sorridere.
Una gran fatica dovè durare Mario per indurla a dargli del _tu_. Non c’era verso di piegarcela; dapprima non volle, poi per far piacere a lui ci si adattò; ma non le riusciva e i dialoghi loro erano qualche volta curiosissimi.
— Senta, — diceva Carmela.
— No: _senti_. Te l’ho già detto, voglio che tu mi dia del tu.
— Se non mi riesce!
— Provati; ci piglierai l’assuefazione.
— Sì, ma si comincierà un’altra volta, ora no...
— Ora, ora....
— Senti dunque: l’ho letto quel libriccino che tu mi desti ieri sera....
— Ebbene?
— Ma non l’ho capito; se non me lo spiega....
— ..... Spieghi.
— Spieghi tu... quando tu mi dici una cosa intendo subito; da me non son buona a nulla: non mi insegnavano niente lassù al paese.... e se quel giorno non avessi incontrato lei....
— Daccapo!
— Ah! già!... ma se glielo dico che non mi riesce.
E gli buttava sorridendo le braccia al collo, ed egli la copriva di baci.
Mario menandola a passeggiare seco per la campagna si studiava con la parola piana, amorevole di addentrarla nei segreti della natura; una foglia mulinata dal vento, un grappolo d’uva indorato dal sole, un pettirosso svolazzante per la siepe porgevano argomento a quelle lezioni che Carmela ascoltava a bocca aperta come novelle di fate. Nondimeno qualche volta si faceva trista ad un tratto e Mario, ripensando le cose dette, raccapezzava l’associazione d’idee per cui ella s’era condotta col pensiero al padre morto, alla madre imprigionata.
E passarono tre anni.
Una volta Mario costretto ad allontanarsi per qualche giorno da Campomoro fidò Carmela a una donna di casa e partì.
La bambina, che in tre anni non s’era staccata da Mario un giorno solo, divenne triste. Non faceva che piangere; la donna inquieta, la quale cercava ogni mezzo per distrarla, si arrese al desiderio che quella mostrò di andare a vedere il proprio paesetto e ve la condusse. Arrivata là Carmela ebbe un solo pensiero: domandare notizie di sua madre; e seppe che, scontata la pena, era tornata a casa, rimastavi sei mesi, arrestata daccapo e daccapo condannata per furto.
Quando, la settimana dopo, Mario tornò a Campomoro trovò la bambina malata; dalla gita alla Pieve de’ Monti non aveva avuto più bene; ogni giorno l’assaliva, prostrandola, una febbre violenta. Parve da principio cosa non grave, poi Carmela peggiorò, lagnandosi di fortissimi dolori alla testa. Il medico discorse di tifoidèa ed espresse il timore che la bambina, debole com’era, non giungesse a superarla.
Dodici giorni, dodici notti stette Mario al capezzale di quella povera bimba. Ella destandosi talvolta dall’assopimento morboso, lo sorprendeva piangente e,
— Perchè piangi? — diceva. — Non ti lascio mica, sai?
Quella rinascente fiducia di lei alimentava nel cuore di Mario la speranza, che il medico procurava invece di spengere. Una mattina Carmela, sollevando lo scarno braccino, gli fece cenno d’accostarsi e colla voce fioca così che pareva respiro:
— Sto male, — disse — non ti veggo quasi più....
Poi, dopo una pausa affannosa:
— Se mai non guarisco, ci penserai, eh? alla mamma... non ha da mangiare, poverina... e per questo...
Cercò la mano di Mario la tenne un pezzo fra le sue senza aggiungere sillaba, poi l’abbandonò e parve uscire di sentimento.
Non parlò, nè si mosse più.
A notte inoltrata il modico e Mario stavano in piedi ambedue, questi da un lato, quegli dal lato opposto del letto; la donna di casa s’era appisolata sopra una poltrona. Carmela giaceva supina, immobile; a un tratto aprì gli occhi e sorrise.
— Ha aperto gli occhi — mormorò Mario volgendosi al medico.
— Aspetta, signor Mario, — disse quegli dopo un momento — la sua mano che glieli chiuda.
Era morta.
. . . . . . .
Poco dopo quel tempo nella casa di campagna dei Villareale che era prossima a Campomoro, Mario conobbe Alberto Valmarana. Questi veniva da una piccola città del Veneto; nel fiore della giovinezza sorrideva alla vita e le speranze sorridevano a lui. Mario ritrovò in Alberto sè medesimo ed ebbe come il presentimento che anche ad Alberto sarebbero toccati que’ medesimi dolori per i quali egli aveva tanto sofferto.
Provò dapprima un senso di pietà; stimò quasi una colpa lasciare andare solo quel giovinotto così buono, così credente, per la sua strada, senza sgombrarla da’ triboli; e pose in Alberto quell’affetto che era per lui un bisogno, un intento alla vita, un mezzo per sostenerla.
Perchè Mario era vittima di uno dei mali più pericolosi fra quanti affliggono l’umanità: il male dell’imaginazione. Chi ne è affetto non guarisce mai, sebbene gli paia talvolta, specie dopo le crisi più fiere, d’essere risanato. È una specie di daltonismo morale per cui il mondo e la vita si veggono diversi da ciò che sono. Gli uomini serî, a sentirli, hanno per curarlo una quantità considerevole di specifici, i quali tutti si compendiano in questa semplice ricetta: mutare la propria indole, ossia divenire un altro uomo, differente in tutto da quallo che v’ha fatto madre natura in un momento di cattivo umore. Quegli uomini serî somigliano un po’ a’ medici, che visitando un operaio logorato dalle soverchie fatiche, sfinito per i cibi insalubri, intisichito nella miseria, gli consigliano di non lavorare, bere ogni giorno una mezza bottiglia di Bordeaux e fare ogni tanto una trottata in carrozza. Potere!
Ah! che profondi conoscitori del cuore umano gli uomini serî.