I.
Il ballo era finito allo otto della mattina; le carrozze sfilavano lente innanzi al palazzo del principe Dolgoruki, russo ricchissimo, che spendeva a Firenze le verghe d’argento tratte dalle miniere della Siberia e aveva raccolto in quella notte nelle proprie sale quanti nella città erano noti per nobiltà di lignaggio, o per larghezza di censo; ogni tanto compariva sulla soglia dell’atrio un servitore in livrea, una signora s’alzava per andarsene, e si vedeva un brulichìo, un mover di mani, un curvarsi di schiene; saluti e sorrisi a bizzeffe.
Perchè nell’atrio tutto ornato con piramidi di camelie si adunavano, aspettando la carrozza, le signore alle quali era piaciuto godere sino alla fine il più gaio dei balli carnevaleschi; e là sedute, continuavano le chiacchiere incominciate la sera innanzi. Gli uomini recitavano al solito la filastrocca dei complimenti e le donne al solito gli stavano a sentire con interno indicibile compiacimento; si parlava d’un po’ di tutto; qua uno raccontava in segreto a dieci o dodici persone gli scandalucci della festa: là un altro teneva allegro un crocchio canzonando questo e quello. Guardinga, silenziosa con l’occhio e l’orecchio attento si raccoglieva intorno ai gruppi delle signore la falange innocente degli _accompagnatori_; gente che forma un solo desiderio dorante il giorno e si prepara un solo godimento durante la sera: quello di dare il braccio a una signora purchessia quando va al ballo, al teatro; condurla quand’esce sino alla carrozza, e chiudendo lo sportello augurarle la felice notte. Ciambellani delle corti d’amore, introducono gli altri nelle sale del re, e aspettano fuori dell’uscio che sia finita l’udienza.
Più ammirata, più festeggiata d’ogni altra, sedeva tra due grandi gruppi di camelie bianche la Marchesa Clara di Villareale; intorno a lei la conversazione era meno rapida, meno festosa che altrove. La Marchesa appariva così portentosamente bella, che gli uomini la guardavano e basta; per discorrere bisognava distrarsi ed eglino se ne stavano a contemplarla in silenzio.
Vi sono al mondo donne le quali non piacciono a nessuno; è difficile trovarne che piacciano a tutti. Perchè gli uomini le guardano con occhio diverso; quegli desidera la maestà delle forme, il torso vegeto, le braccia robuste; ammira le statue di Giunone e vagheggia i ritratti della Fornarina; questi cerca invece nelle donne la grazia della fisonomia, la dolcezza del sorriso, e darebbe non so che cosa per far la conoscenza della Mimi Pinson di Alfredo De Musset. Lasciamo da parte l’estetica e studiamo i fatti quotidiani della vita; come va che spesso noi preferiamo ai lineamenti purissimi di una _Venere_ in carne e in ossa gli angoli bizzarri di un visetto scontorto? Come va che restiamo impassibili innanzi a una donna bella nel compiuto svolgimento delle forme femminili dai grandi occhi umidi, dalla pelle bianca, dai capelli folti, morbidi, lunghi e ci sentiamo attratti verso una donnina magrina, diafana, con gli occhi semichiusi, coi capelli corti, aridi, scarruffati?
Eppure ciò è così vero, che alla donna non importa tanto di _essere_ realmente bella, quanto di _parere_ bella a qualcheduno; e se domani una di quelle leggi che nessuno fa e tutti rispettano, in nome della moda e in onta alla Grecia classica mettesse al bando i volti di un purissimo ovale, voi vedreste le donne affaticarsi a togliere dai propri lineamenti ogni lontana rassomiglianza con la Afrodite di Cnido _per terras inclyta_ o con la _Diana_ del Museo di Versailles. Credete voi che la bellissima signora Tale dei Tali la quale, metto caso, non è stata al ballo di iersera lodata nè curata da alcuno, possa consolarsi stamani leggendo ciò che della bellezza sta scritto nel _Convito_ di Senofonte o nelle _Grazie_ del Wieland? Neanche per sogno. Quell’altra invece godrà che, guardandosi nello specchio e persuadendosi di non essere bella, potrà con una scrollatina di spalle dire a sè stessa: “Che importa? mi basta di piacere a lui!„ _Piacere a lui_: ambizioni e speranze, cure e desideri sono tutti chiusi per la donna in questo tre modeste parole.
La Marchesa di Villareale era una delle poche donne innanzi alle quali tutti gli uomini fanno un atto di meraviglia e un peccato di gola. Aveva ventotto anni; rare volte sopra un volto femminile s’aprì più rigoglioso e vago ad un tempo il fiore della gioventù; bionda, alta, snella, nel suo viso pallido, marmoreo, spirava non so quale fierezza selvaggia temperata in parte dalla dolcezza quasi infantile dei suoi grandi occhi celesti; la vita sottilissima, larghe le spalle, il tronco voluttuosamente flessuoso. La natura che di rado illumina la fronte delle donne bellissime col raggio dell’intelletto aveva fatta per la Marchesa un’eccezione; bastava guardarla per ammirarne la bellezza, parlarle per intendere ch’era una donna d’ingegno, vederla volgere li occhi per crederla buona.
Quella notte pareva anche più bella del solito, con un vestito di stoffa bianca guernito di marabù, il quale, sebbene ampio e ricchissimo, la cingeva stretta ai fianchi e ne disegnava le forme con elegante armonia; Worth, il più gran sarto da donna fra quanti fiorirono a Parigi, l’Atene de’ sarti, aveva con quel vestito superato sè stesso. Al collo la Marchesa portava una collana, lavoro di arte squisito uscito dalle officine del Castellani e raffigurante una corona di quercia, di cui ogni ghianda era una grossa perla; sulla testa un diadema simile alla collana; accomodato con tanto gusto, da evitare il gran difetto dei diademi, che danno alle signore una tal quale rassomiglianza con le regine di palco scenico; i capelli fermati sulla parte posteriore della testa le scendevano a ricci, gradatamente sulle spalle. Quando tutte le altre mostravano nella cera giallognola, nelle occhiaie profonde, nel corpo accasciato la traccia della veglia e delle fatiche, ella invece era fresca come se si levasse allora.
Quando comparve sulla soglia il servitore di casa Villareale, la Marchesa si alzò; tre o quattro uomini si fecero innanzi per darle il braccio; ella fingendo non accorgersi di quelle offerte cortesi, si volse ad Alberto Valmarana che stava immobile a guardarla, e:
— Andiamo, via, si scota: che cos’ha stasera? Mi dia il suo braccio.
E appoggiata al braccio di lui traversò l’atrio, strinse la mano alla Contessa Alberici che era stata in conservatorio con lei, salutò col più amabile dei sorrisi amici e conoscenti ed uscì.
Alberto l’accompagnò sino alla carrozza; e chinandosi per raccogliere un lembo della veste di lei rimasto fuori dello sportello, sussurrò queste parole:
— Stasera alle nove dunque?...
La Marchesa abbassò lievemente la testa; la carrozza partì. Alberto rientrando nel palazzo trovò dietro a sè il Marchese di Villareale, marito di Clara.
— Torni dentro? — domandò questi ad Alberto.
— Cinque minuti; voglio stringere la mano alla Contessa Alberici che non ho ancora salutata.
— E poi?
— E poi.... vado a letto.
— Potresti venire a far colazione da noi.
— No, grazie.
— Ci vediamo dunque al teatro?...
— Può darsi.
Il Marchese se ne andò, Alberto s’incamminò verso la Contessa Alberici. Ella appena lo vide accostarsele gli stese la mano.
— Andiamo, via, meglio tardi che mai.
— Scusi, ma....
E la contessa a bassa voce perchè gli altri non la udissero:
— Che cosa vuoi dire esser felici! si diventa egoisti; non si pensa più che alla propria contentezza! — E... lei è felice molto, non è vero? Eh non dica di no: le si legge in viso. Vada, vada, non la voglio trattenere.
Alberto s’allontanò senza rispondere. La Contessa aveva bensì detto il vero: gli si leggeva nel volto la gioia; nondimeno ella gli tenne dietro con uno sguardo pieno di mestizia e di compassione.