X.
Il colloquio tra Mario ed Alberto fu lungo. Parlarono di Reno, di Campomoro, della dimora che il Loveni aveva fatto in Sardegna; ma degli amori di Alberto non fu detto parola. Questi non ne discorse, pauroso che Mario gli uscisse fuori con un predicozzo; Mario non volle entrarvi perchè aspettava le confidenze. Inoltre chi guarentiva che egli fosse nel vero? Meglio scansare gli equivoci. Dalla Contessa doveva andarci; là avrebbe messo in chiaro le cose. Così dopo aver fatto colazione con Alberto e annunziato che si sarebbe trattenuto qualche giorno a Firenze, si vestì, lasciò l’amico e prese la strada di casa Alberici.
Quando il Loveni, annunziatole dal servitore, entrò nella stanza, la Contessa arrossì; l’altro se ne accorse e credè trovare in quel rossore subitaneo la conferma della opinione in cui era venuto rispetto a lei e al movente della sua lettera.
— Buon giorno, Contessa.
— Buon giorno, Loveni: bisogna proprio dire con lei “chi non muor si rivede.„
— Lo sa, vado l’inverno a caccia in Sardegna; mi ci son trattenuto quattro mesi; ma lei queste assenze deve condonarmele, i miei gusti e le mie abitudini gli conosce da un pezzo.
— Gusti, me lo lasci dire, un po’ singolari, e abitudini un po’ selvatiche. Dio mio! chi avesse avuto a dire che quel Loveni elegante, pieno di brio che tutti abbiamo conosciuto qualche anno fa, sarebbe andato a fare l’anacoreta a Campomoro e a passare il carnevale in Sardegna? Mi pare un sogno. Ma che cosa ci fa tutto l’anno in campagna?
— Primo punto dimentico la città, e non è poco. Sto solo; è un danno largamente compensato dalla lontananza di tutta la gente noiosa. I pochi amici dei quali mi preme vengo ogni tanto a trovarli spontaneamente o quando hanno la bontà di chiamarmi.
Laura arrossi di nuovo; poi:
— Ma perchè non viaggia piuttosto?
— Perchè non mi pare che ne metta conto; a Parigi, a Berlino troverei costumi ed usanze che conosco. Per vedere qualche cosa di nuovo bisognerebbe star fuori qualche anno; rischierei di trovare Reno morto, al ritorno.
— Oh via! non dica di questo cose. Perchè vuol far credere di essere divenuto così misantropo da non amar più che il suo cane?
— Scherzo, ma è proprio vero che il viaggiare solo non mi divertirebbe. Il disegno di un lungo viaggio l’ho fatto da anni ma credo che non lo effettuerò mai. Vorrei andare nella Nuova Zelanda; se Alfredo si risolvesse a venir con me allora.... Oh! a proposito l’ho veduto, sa?
— Ah!... — disse Laura nascondendo con sufficiente artifizio la propria commozione. — Dunque?
— L’hanno ingannata, fortunatamente, Contessa. Alberto non è malato; ha quella solita malinconia che gli si è cacciata addosso da qualche tempo... e che accenna, è vero, a una malattia morale. Ma se è così, io ci posso far poco o nulla.
— Ma... è tranquillo?
— Mi è parso.
— Tanto meglio. Non mi scuso con lei d’averle scritto a quel modo, prima perchè l’ho fatto con una buona intenzione, poi perchè ci ho guadagnato una sua visita. E quando lo ha veduto?
— Stamani.
— Hanno parlato?
— Sì, di cose indifferenti. Le dico, non mi è parso peggiorato. Son persuaso che qualche cosa mi nasconde.... Ma che cosa, poi? Chi lo sa? È arrivato anche lui all’età critica; a quell’età, in cui un partito bisogna prenderlo, una passione bisogna averla. Certo non è più il Valmarana di prima, di cinque o sei mesi fa. Non può essere nè ambizione delusa, nè desiderio di agi; ambizioso non è, è ricco.... Potrebbe, capisco, essere innamorato. Eh! se fosse innamorato....
Laura stette per un momento in silenzio: poi, fissando gli occhi in quelli di Mario, domandò;
— E se fosse innamorato?
— Eh! se fosse innamorato, — continuò Mario fissando a sua volta gli occhi in quelli della Contessa, — mi darebbe da pensare. Alberto è fatto in un modo curioso; tutte le volte che ci penso mi vengono in mente i vetri antichi di Murano; se chi li possiede li sa fragilissimi, acquistano ogni giorno di pregio; messi in mano a profani rischiano d’andare in bricioli. Io voglio molto bene ad Alberto....
— Lo so.
— Perchè non faccia la mia fine anche lui bisogna che trovi una donna capace d’intenderlo e di amarlo con quella delicatezza di sentimento che perdona molto perchè intende tutto. La troverà? L’ha trovata?
Gli parve d’aver detto ogni cosa, parlato anzi con un certo garbo e con la maggiore chiarezza che fosse lecita; tacque dunque e aspettò.
Laura sembrò riflettere un momento, poi:
— Non lo so — disse — ma non lo credo.
— Cioè? — domandò Mario guardandola attonito.
— Cioè, caro Loveni, temo che il Valmarana non trovi fra le donne che frequenta quella che lei gli desidera. A buon conto, tra le mie amiche una donna simile non c’è. Non mi accusi di malignità; alcune sono troppo vane, altre troppo contente.
— Sicchè Alberto....?
— Alberto, creda a me, farebbe, bene a venire con lei nella Nuova Zelanda. Si risparmierebbe probabilmente molti dolori, o almeno troverebbe fra gente nuova in paesi nuovi una gran medicina. Lo sa ciò che fu detto di noi altre donne: alle mani che ci fece Iddio, il diavolo aggiunse le unghie.... e non si può mai sapere....
— Ma lei dunque, Contessa, sa qualche cosa?...
— Non mi faccia domande, Loveni, non so nulla, non posso dirle nulla; conosco Alberto come lo conosce lei e... lo compiango. Del rimanente, se trovasse una donna degna di esser amata da lui e che lo amasse con la stessa devozione di cui egli è capace, sarebbero due creature troppo felici. E ora, conchiuse Laura sforzandosi di sorridere, parliamo d’altro; deve avere tante cose da dirmi!... è tanto tempo che non ci siamo veduti!
— Volentieri — rispose distratto Mario.
E si provarono a continuare la conversazione, ma non poterono fare un discorso filato. All’interrogazione dell’uno, l’altro rispondeva con un monosillabo; poi tacevano ambedue, perchè ambedue pensavano a ciò che più loro importava e di che s’erano proposti di non parlare.
Finalmente Mario si congedò ed uscì da casa Alberici con opinioni molto diverse da quelle che professava quando vi entrò; persuaso, cioè, che Laura amava Alberto; Alberto non pensava a Laura nè punto nè poco, ma era innamorato di un’altra donna di cui la Contessa sapeva e voleva tacere il nome; delicatezza squisita che dava credibilità alle previsioni di lei. Bisognava dunque, senza por tempo in mezzo, scongiurare il danno che sovrastava all’amico, e che gli veniva da una donna.... Ma qual era questo pericolo? Qual era questa donna?
Mario si propose di saperlo innanzi sera; e a cominciare le indagini si mise a girare per la città in cerca di chi fosse in grado di dargli qualche notizia utile, qualche indizio importante. Ma anche questa non era facile impresa.
De’ giovani frequentatori del bel mondo, Mario, negli ultimi anni della sua dimora a Firenze, ne avvicinava pochi soltanto. I giovanetti scettici per ozio e briachi di noia, non di altro smaniosi che di dissimulare la istintiva gentilezza de’ modi; signori per nascita e facchini per gusto; prodighi senza generosità, fastosi senza eleganza, viziosi senza piacere; ragazzi decrepiti, che studiano a Doney e pensano alle Cascine, questi urtavano singolarmente i nervi di Mario, che non aveva pazienza per sopportarli. Con loro era brusco sempre, qualche volta, pur non volendo, scortese.
Un giorno uno di loro gli domandò:
— Perchè alla tua età non pigli moglie?
E Mario:
— Per paura di avere un figliolo che ti somigli.
Egli dunque non frequentava che coloro i quali, come lui, tenevano, per dirla col Giusti, una gamba nel mondo del buon tono e un’altra in quella del buon senso; che sapevano a tempo godere la vita e a tempo adoperarla utilmente; degni rampolli di quella stirpe di gentiluomini che fu decoro della Toscana, prima che l’aristocrazia del sangue cedesse il luogo alla più superba aristocrazia del danaro sordida, presuntuosa e dispotica.
Questi giovani co’ quali Mario si compiaceva in altri tempi vivere in qualche dimestichezza erano pochi; inoltre, egli, dimorando in campagna, gli aveva persi di vista. Nulladimeno non si sgomentò. Sapeva che Firenze, sia detto con tutto il rispetto alla madre patria, è una città pettegola alquanto e gli pareva impossibile che nulla fosse trapelato degli amori di Alberto.
Entrò al Caffè di Parigi.
Insieme con lui v’entrò anche Alfredo Ferreri che Mario non conosceva, perchè Alfredo giovanissimo era entrato nel bel mondo appunto quando Mario ne usciva. Alfredo fu salutato con un “finalmente!„ da parecchi giovanotti che stavano seduti attorno ad un tavolino, fra i quali Claudio Piccardi e il Conto Olivares.
— Una bell’ora! — disse Claudio — era fissato per mezzogiorno e son le due fra poco!
— Mi son levato in questo momento — rispose Alfredo — mi pare che, finito il carnevale, a Firenze non si possa far altro che dormire!
— Eh! Dio mio! aspetta a lagnarti; è il terzo giorno di quaresima.
— Ma che importa? Non c’è vita, non c’è brio: un mortorio; guarda le città grandi, le vere città: Parigi, Vienna.... là almeno ci si diverte tutto l’anno.
— Andate a Vienna — disse l’Olivares.
— Andate.... si fa presto a dirlo!... come volete che faccia? Quando i governi invece di abolire i passaporti aboliranno i biglietti delle strade ferrate e il ministero dell’istruzione pubblica pagherà il vitto e l’alloggio ai giovani che viaggiano per istruirsi, anderò; ma per ora il genitore non vuol sentir parlare di viaggi; da un pezzo in qua s’è fatto generoso come uno svizzero.
— Fa’ un debito....
— Son vecchi; la divisione del lavoro non la vogliono intendere. Lo dico sempre io: dividiamoci le occupazioni: i figlioli facciano i debiti e i babbi li paghino. Fiato buttato via....
— Ma se non mette conto, — soggiunse il marchesino Lunati, ragazzo di diciassette anni, già annoiato della vita e a cui non rimaneva oramai da desiderare che una sola cosa: la barba. — Se non mette conto! Parigi, Vienna o Firenze.... sempre le medesime cose....
— Ci sei stato tu?
— No, lui non è stato — rispose Claudio — che ai Bagni di Livorno l’estate scorsa. Ma, povero ragazzo, ha perduto le illusioni tra Empoli e Pontedera.
— Caro mio, — replicò l’altro impermalito, — non c’è bisogno di essere stato a Vienna per sapere che su per giù ci si fa quel che si fa a Firenze! I soliti teatri, i soliti balli....
— E.... le Viennesi?
Il Lunati scrollò le spalle. Claudio continuò:
— Povero vecchio! eh! si capisce.... alla sua età! ha diciassette anni compiti! E pensare che io, che ne ho dieci di più e sono con un piede nella tomba, provo un certo turbamento a vedere le spalle di Giunone o il piede di Cenerentola.
— Là, via, Claudio, finiscila — disse Alfredo — non tormentare il povero Lunati. Lo fai apparir peggiore di quel che è. È vero che disprezza molto le donne quando è con noi; ma se sapeste come le rispetta quand’è a quattr’occhi con loro!
— Sciocco.... dammi un _virginia_ — conchiuse il Marchese. — Sei tu che hai detto per il primo che ti annoi a Firenze.
— Sicuro; mi annoio a Firenze, ma mi sarei divertito, per esempio, a Milano. Hai letto, Claudio, che bel ballo ha dato il Barone Sangiorgi?
— No; chi te lo ha scritto?
— L’ho letto nella _Perseveranza_ di stamani.
— Ce l’hai?
— Eccola.
— Da’ qua.
— No, leggo io.
E lesse: “Il ballo dato ieri sera dal Barone Sangiorgi nel suo magnifico palazzo presso Sant’Eustorgio fu dei più fastosi ed allegri fra quanti se ne sono visti da anni a Milano. Ricchi ed eleganti i costumi, quartiere magnifico, donne bellissime, cena stupenda. La nipote del barone maritata al marchese di Villareale, venuta appositamente da Firenze, faceva gli onori della casa con quella cortesia, quella festività, quella squisitezza di maniere che tutti conoscono. Portava il costume di Caterina Howard con una grazia e una dignità veramente regale.„
— Ah! — interruppe l’Olivares — guardate un po’ che idee! andarsi a vestire da Caterina Howard! ve lo figurate voi Guglielmo Villareale messo a un tratto ne’ panni di Enrico ottavo? Pagherei qualcosa per sentirlo parlare con Tommaso Moro. E Mannoc? C’era un Mannoc al ballo Sangiorgi?
— La _Perseveranza_ tace su questo punto — disse Alfredo: — ma noi sappiamo, non è vero, Claudio? che Mannoc è rimasto a Firenze.
— Come dire? — domandò il Lunati.
— Il Valmarana.
— Che ci ha che far il Valmarana?
Mario, che s’era rannicchiato in un angolo del caffè, ascoltava intanto il dialogo con molta attenzione.
— Alberto è innamorato della Marchesa di Villareale. È una scoperta che ha fatta... qui... il Conte Olivares e di cui il gabinetto di Lisbona dev’esser già informato a quest’ora. Tu non te n’eri accorto, eh? Nemmeno io; ma noi non siamo diplomatici, amico caro.
— Difatti vi mancano due requisiti — soggiunse l’Olivares — necessari agli uomini di Stato: la prudenza e la pertinacia. Voi chiacchierate di tutto e dappertutto e siete molto abili nel canzonare gli avversari; circa a dimostrare che sono dalla parte del torto è un altro paio di maniche. Basta: riderà bene chi riderà l’ultimo.
Queste parole suscitarono un vero baccano; risa, grida, arguzie. Tutti volevano dire la loro e tutti parlavano nello stesso tempo.
Mario, cui premeva di non esser visto dal Piccardi che non lo aveva scorto sino allora, profittò di quella confusione ed uscì dal caffè.