Chapter 5 of 54 · 5804 words · ~29 min read

V.

E fermo alle 5 e 40 minuti l’oriolo del salottino Pompadour rimase per de’ mesi parecchi. Un giorno che la contessa Montani, credendo di far bene stese la mano per rimetterlo, ebbe a mala pena aperto il cristallo e già la marchesa le si precipitò addosso e le afferrò con tanta forza il polso da lasciarle la lividura. E la contessa ne’ ritrovi serali andava dicendo:

— A voi, andate a fare il bene; guardate qui come mi son ridotta per rimettere l’oriolo a quella stravagante d’Adriana; — e mostrava agli amici il cerchio paonazzo.

Intanto il marchese Gaudenzi stava in gran pensiero. Sua moglie non era più quella di prima, la malinconia di lei s’era mutata addirittura in tristezza. Non parlava quasi più, non usciva più, passava le giornate intere a sfogliare degli atlanti. Suppose desiderasse e le propose di viaggiare; al solo sentir parlare di viaggi la marchesa uscì in un rifiuto così riciso com’egli non ne aveva mai avuti da lei, così aspro da dimostrare mutata l’indole sua. Interrogò i medici; ma, nonostante ella dimagrasse a vista d’occhio, i medici l’accertarono che per la salute non c’era da temere; proposero le distrazioni; proposta sapiente che al marchese parve quasi una canzonatura; licenziò i dottori e fece venire di campagna il bambino. Neanche il piccolo Luca ebbe fortuna; la madre a volte insofferente di capricci e di bizze lo voleva lontano da sè, a volte lo teneva, con affettuoso pentimento, per ore ed ore sulle ginocchia; e il buon marchese si lambiccava il cervello a indagare con diligenza trepida le ragioni di quel mutamento, ma non veniva a capo di nulla.

Un giorno la marchesa se ne stava seduta sulla solita poltrona presso al camino; aveva sulle ginocchia una carta geografica e vicini a sè aperti sopra una sedia un atlante e alcuni libri; e via via ora dava un’occhiata a questo e a quel volume, ora tracciava sulla carta con le dita profilate linee invisibili. Luchino scorazzava per la stanza gridando e ogni tanto tornava con risate squillanti a scombuiare carte e volumi. Più volte la marchesa s’era rassegnata a riordinarli; ma Luchino aveva preso gusto al gioco e non c’era verso di farlo smettere nè con preghiere nè con ammonimenti. Alla fine la marchesa gli domandò in tono di rimprovero:

— Vuoi star buono, sì o no?

— No — rispose il bambino.

— E allora ti meno via. E s’alzò, e di peso se lo prese in collo e fece per avviarsi alla porta.

Luchino, vedendo la minaccia prossima a verificarsi, strillò, si divincolò; e Adriana, accostandolo allo specchio che stava sopra al camino:

— Guarda come sei brutto quando sei cattivo.

Il bambino, mirando la propria imagine riflessa nella caminiera, stese le braccia in avanti e sarebbe caduto, se la marchesa non lo avesse stretto più forte: ma squilibrato piombò con le mani sull’oriolo e lo scosse; quando le ritrasse s’udì il pendolo ricominciare il suono isocrono e lieve.

La marchesa cacciò un grido, baciò e ribaciò il bambino e dette in un pianto dirotto.

Il marchese tornando a pranzo scorse la traccia di quelle lacrime; e impensierito più che mai domandò a sua moglie se non era possibile di trovar fine a quelle tristezze; avrebbe data la vita per vederla sorridere; chiedesse. N’ebbe in risposta:

— Fa’ mutar la mobilia del salottino.

Credè di sognare, ma non mise tempo in mezzo ad appagare quel desiderio. Sparirono i canapè dalle stoffe fiorite, la lumiera di Murano, sparirono i candelabri e l’oriolo di porcellana di Sassonia, e ad un tempo, se non sparì, si diradò l’afflizione d’Adriana. E il marchese da quello, che fu de’ pochi casi notevoli della sua vita, trasse questo ammaestramento: che le donne hanno tutte quante un ramo di pazzia; tanto è vero che la sua, la quale certamente valeva più delle altre, s’era tormentata e lo aveva tormentato un anno e più per la mobilia d’un salottino.

_Monsummano, 1886._

PECCATO E PENITENZA.

_A Vittorio Bersezio._

IO A UN ALTRO.

Airolo (Canton Ticino), 21 ottobre 1867.

Mio caro, restando a Lucerna hai avuto più giudizio di me; sono arrivato ieri sera ad Airolo e vi resterò fino a Dio sa quando. Succede in questo paese come all’inferno, dove ogni momento arriva gente e non se ne va mai nessuno. Sul serio: il Ticino ha rotto la strada da Quinto a Faido e buttato all’aria il ponte presso Dazio-Grande; sicchè per ora è impossibile partire colla diligenza. Se ti punge il _dulce ridere suos_, se ti preme veramente arrivare a Firenze prima del 25, va’ subito a Coira e passa per lo Spluga; ma prima di partire di’ a’ nostri compagni dello _Schweizerhof_ come stanno le cose; che non venga anche a loro il ticchio di pigliare la via del Gottardo. Qui non c’è che una locanda sola; i letti son tutti pieni, e chi viene da ora in là sarà giocoforza che dorma all’ombra degli abeti.

Sai chi c’è? Paolo Carpi. Ho letto il suo nome sul libro de’ viaggiatori. M’hanno detto che è andato stamani a visitare i luoghi dove il danno della inondazione è maggiore e tornerà qui stasera. Son quasi cinque anni che non ci siamo veduti, e non puoi imaginarti che piacere mi faccia il trovarlo qui.

Chiacchierando col cameriere ho saputo che c’è anche un Conte di San Vittore. Mi son messo in testa che sia compagno nel viaggio a Paolo. I San Vittore e i Carpi non sono un po’ parenti? M’accorgo che la domanda è inutile; tu non potrai rispondermi che a Firenze e Paolo mi risponderà stasera. Se avessi qualche altra cosa di bello da dirti, passerei volentieri scrivendoti il tempo che manca per arrivare all’ora del desinare.... A proposito; come si pranza male su queste montagne repubblicane! Fremi pure di sdegno, ma io non veggo l’ora di essere a Milano per mangiare un risotto appestato dall’alito della monarchia.

Serbami un posto nella tua memoria; nel cuore ci hai troppa gente ed io odio la calca.

_Il tuo_ M.

* * *

Airolo è un paesetto all’imboccatura della Val Canaria, tra Bellinzona e Hospental. Le sue poche e povere case sono poste lungo la via del Gottardo, la quale sale verso il monte serpeggiando a settentrione del paese; l’occhio l’accompagna sino alle pericolose balze della Val Tremola, ove si perde tramezzo agli abeti. Di là dalla via il terreno scende con ripido declivio verso il Ticino che quivi, ancora prossimo al lago Sella onde nasce, pare un fiumiciattolo di poca o nessuna importanza. Oltre il fiume altri monti, coronati da piccoli ghiacciai o solcati dalle morene, sono le ultime ondate di quella tempesta che sollevò le Alpi Lepontine.

Scritta la lettera, uscii. Cadeva una giornata d’ottobre; dalle falde delle montagne scendevano torrentelli recando acque al Ticino; nuvole di una tinta unita, fredda, coprivano a poco a poco il cielo, e nascondendo lentamente la parte superiore della montagna, ne arrotondavano i vertici. Pareva che la natura si mettesse in quell’ora la sua veste più squallida; che il vento di ponente strisciando sulle brevi praterie della valle e sui folti muschi delle falde montane, mutasse in giallognolo il loro verde vigoroso. I soli abeti, geometrici, serbavano il nero delle loro piramidi e si staccavano mirabilmente sul fondo grigiastro del quadro.

Io passeggiava pensando a chi sa quante cose che ora non ricordo più e fumacchiando un di quei sigari che fanno tanto rimpiangere la Svizzera a chi ritorna in Italia, quando mi sentii chiamare per nome. Mi volto; era Paolo Carpi.

— Chi non muor si rivede, — disse l’amico correndo verso di me. — Sai che debbono esser passati quasi tre anni dacchè ci siam veduti l’ultima volta?

— Quattro, mio caro; ci siamo lasciati a Milano nel 63, ci ritroviamo sul San Gottardo nel 67.

— Quattro anni? Perdio! come s’invecchia presto! Di dove vieni?

— Dalla Germania; e tu?

— Da Spa; sono passato per Strasburgo e Basilea.

— Solo?

— Solo.

— E quando parti?

— Ma!... quando sarà possibile.

— Partiamo insieme?

— Ecco... chi sa? Devo aspettar qui una lettera... Basta.... vedremo; figurati se mi farebbe piacere passare qualche giorno con un amico come te.

Si danno in oggi alla parola amico tanti sensi e tanto diversi che conviene questa volta determinarne il significato.

Paolo ed io fummo compagni di scuola; de’ miei condiscepoli egli fu il solo per il quale sentissi un affetto vero. Usciti da rettorica, ci vedemmo di rado ed è facile capire il perchè; egli faceva il milionario ed io il giornalista; egli si divertiva con le donne leggiere, io ero costretto a seccarmi con gli uomini gravi. Ciò non ostante quando ci trovavamo qualche volta all’osteria, qualche altra al ballo di un ambasciatore, ci stringevamo forte la mano e facevamo di notte giorno parlando di noi, dei nostri studi e de’ nostri amori, di ciò che avevamo fatto o che volevamo fare; egli si congratulava meco de’ miei saggi letterari che gli parevano belli, io seco della sua amante che mi pareva bellissima.

Nel sessantatrè gli prese la voglia di fare il diplomatico e fu nominato segretario del Ministro d’Italia a Costantinopoli. Allora ci perdemmo di vista; quattro anni dopo ci ritrovammo ad Airolo, il giorno stesso nel quale ha principio questo racconto.

La conversazione cadde, al solito, sulla nostra prima gioventù, sulle scappate scolaresche, e sulle vicende de’ nostri compagni.

— Che n’è stato — gli domandai — di Gigi Ruteni che abbandonò il Liceo per entrare nella Marina sarda, perchè era sicuro, diceva lui, di diventare ammiraglio?...

— È morto a Lissa l’anno passato.

— Povero ragazzo! E il Brini soprannominato il piccolo Aleardi, che scriveva versi così pieni di tenerezza e di malinconia?

— Fa l’agente di cambio a Torino.

— E quel bel giovanetto biondo che veniva a scuola accompagnato dalla mamma più bionda e più bella di lui?... Ti ricordi?... Aveva tanta attitudine alla meccanica e noi gli predicevamo sempre che avrebbe fatto fortuna?

— Ha finito il suo studiando sul moto perpetuo. Ora l’hanno chiuso nel Manicomio di Perugia.

Non ebbi coraggio di domandare altro; tutte quelle biografie brevi e crudeli mi avevano messo di mal umore. E ripensavo tanti sogni svaniti, tanti propositi dimenticati, tante speranze deluse, stelle cadenti del cielo della giovinezza che brillano un momento, poi si perdono nell’oscurità della vita.

— E Federigo Ripàri (un altro condiscepolo) — riprese dopo poco Paolo — l’hai veduto?

— Mai; forse trovandolo non lo riconoscerei neppure.

— È qui.

— Qui... ad Airolo?

— Con sua moglie.

— È ammogliato? Da quando in qua?

— Saranno due anni ad aprile. Ha sposato una milanese, una delle donne più istruite e più simpatiche che io conosca: la figlia dell’ingegner Crolli. Oh! si va a tavola.

Difatti la campana della locanda sonava a refettorio.

— Lascia andare — soggiunsi; — pranzeremo da noi.

— Non è possibile.

— Hai qualche amico?...

— No... ma bisogna che pranzi a tavola rotonda.

— A proposito: c’è qui un Conte di San Vittore; non siete un po’ parenti?

— La madre del conte Emilio è sorella di mio padre.

— Sicchè siete cugini.

— Per l’appunto....

— E allora, perchè mi dai ad intendere che non hai qui amici?

— Sei curioso veh! mi hai domandato se ho qui degli amici e non dei parenti — e se ne andò verso la locanda in tanta fretta ch’io durai fatica a tenergli dietro. Se egli, in quel punto voltandosi avesse detto: “ho mutato pensiero, pranziamo da noi„ io gli avrei risposto: no, ho mutato pensiero anch’io, voglio venire a tavola rotonda; tanto mi pungeva la curiosità di conoscere il Conte di San Vittore. Lo avevo spesso sentito lodare come uno degli uomini più culti, più cortesi, più ricchi dell’aristocrazia fiorentina, e ora mi pareva che Paolo, con quella sua distinzione tra gli amici e i parenti, fosse lì lì per dirmene male.

Quando entrammo nella sala da pranzo, il Conte (Paolo con un’occhiata me lo indicò) era già seduto ad una delle estremità della tavola. Notai che tra i due cugini non ci fu neanche l’ombra di un saluto; i commensali crederono di certo che quelle due persone, così strette per vincoli di parentela, si vedessero per la prima volta nella modesta locanda d’Airolo.

Il Conte di San Vittore era un uomo sui trentacinque, alto, calvo nella parte anteriore del cranio; aveva il viso di un puro ovale incorniciato da una folta e finissima barba nera. Credo che il fare un ritratto somigliante di quell’uomo, sarebbe stata ardua impresa anche per Michele Gordigiani; tanto la sua fisonomia si mutava da un momento all’altro. Studiai la cagione di questa mutabilità e credei trovarla negli occhi, i quali non saprei dire di che colore fossero; ora parevano azzurri, ora grigi, ora verdognoli; qualche volta apparivano fosforescenti come quelli del gatto. E la mobilità della fisonomia non aveva relazione alcuna coi movimenti dell’animo; perchè per quanti diversi aspetti pigliasse, il volto del Conte non lasciava trasparire nulla di ciò ch’egli sentiva o pensava. Sulle prime, si sarebbe preso per una persona pulita e nulla più; ma ad un osservatore minuzioso, le mani bianche e sottili, il fare disinvolto, la studiata semplicità del vestire lo dimostravano uomo iniziato ai difficili segreti dell’eleganza e conoscitore delle consuetudini del bel mondo.

Il pranzo era cominciato da pochi minuti, quando entrarono Federigo Ripàri e sua moglie. Avevo detto a Paolo che non mi sarebbe forse possibile riconoscere Federigo, ma non imaginavo ch’egli fosse cangiato così. Quell’uomo, ch’io avevo lasciato fanciullo vegeto e fresco, aveva i capelli grigi, la pelle floscia e le palpebre inferiori cerchiate da quell’occhiaia nera e profonda che è segno di stento, di stravizio o di dolore. Noi suoi condiscepoli sapevamo che non poteva avere più di trent’anni; chiunque, a vederlo, gliene avrebbe dati oltre quaranta. Salutò freddamente Paolo del capo; me o non volle riconoscere, o forse non riconobbe neppure.

La signora Ripàri si sedè accanto al marito.

Una donna così bella si vede di rado. Alta, svelta, la maestà quasi severa del portamento era in lei temperata dalla grazia quasi infantile de’ lineamenti, puri come un profilo antico intagliato nell’agata. Il morbido volume de’ suoi capelli biondi mi fece tornare in mente i versi del poeta tedesco: Dio ha dato la donna bionda agli uomini del settentrione, per compensarli della mancanza del sole. Nulla è perfetto nel mondo, neanche le belle donne pur troppo, e spesso Pigmalione s’affatica invano a infondere la vita nelle membra mirabili e gelide di Galatea; ma negli occhi cerulei della signora Ripàri brillava il pensiero, e lo spirito illuminava quell’onesto sorriso.

Capitata in un convegno di poeti o d’artisti, la signora Ripàri sarebbe stata accolta con uno di quei gridi che erompono spontanei dall’animo di chi si sente fortemente compreso dall’ammirazione; fra gente che dava battaglia alla noia con l’arme dell’appetito passò senza che nessuno ci badasse. Tanto è vero che a questo mondo non basta aver merito; bisogna anche saperlo mostrare a chi può pregiarlo e scegliere una occasione propizia.

Il pranzo passò come al solito; si parlò del cattivo tempo, della inondazione, delle valanghe; si fecero passare di mano in mano pezzi di diorite e di cristallo di rocca, raccolti qua e là per le montagne; pochi gl’interlocutori, molte le comparse che mangiavano senza parlare. Federigo non parlò, nè mangiò; non fece altro che guardar fisso il Conte San Vittore, il quale pareva non accorgersi d’essere sbirciato, squadrato a quel modo. Carolina (era questo il nome di battesimo della signora Ripàri) tentò più volte di attaccare discorso col marito e inutilmente; alle sue domande non rispondeva o rispondeva con monosillabi e Carolina pareva si sentisse umiliata dal contegno freddo, quasi sdegnoso che egli teneva con lei. Cercava di leggere in viso ai commensali se se ne fossero accorti e si rallegrava di vederli tutti intenti nelle loro chiacchiere o nelle loro vivande; ma quando i suoi occhi s’incontrarono co’ miei, capì ch’io avevo osservato e meditato, che v’era un testimone di que’ silenzi eloquenti e divenne pallida a un tratto. Alle frutta s’alzò; stette per un momento con le mani appoggiate sulla spalliera della sedia guardando Federigo e come aspettando qualche cosa da lui. Egli, se si fosse voltato verso la moglie, si sarebbe avveduto, da una specie di moto nervoso ond’era scossa tutta la persona, che quella donna soffriva, e tanto più, quanto più si sforzava di nascondere l’intima pena; ma non si voltò; guardava il Conte di San Vittore.

A poco a poco anche gli altri commensali si alzarono e andarono chi da una parte chi dall’altra. Volevo andarmene anch’io, Paolo mi fe’ cenno di rimanere. Il Conte si alzò e andò a porsi innanzi al camino entro cui scoppiettavano gli ultimi avanzi d’un gran fuoco; Federigo restò al suo posto, rimpetto al Conte, guardandolo.

Nessuno parlava; io avevo il presentimento che stava per succedere qualcosa di grosso. Me ne sarei andato volentieri, ma Paolo mi trattenne daccapo con un’occhiata.

Il Conte cavò fuori da un astuccio di cuoio di Russia un _manilla_ e si diresse verso la tavola sulla quale stava un candeliere acceso. Subito che Federigo ebbe indovinata l’intenzione di lui, balzò in piedi, stese il braccio verso il candeliere, accese un sigaro, spense il lume e lo posò piano piano; poi guardò il Conte come se aspettasse una parola, un gesto... che so io? un pretesto qualsiasi per attaccarla. Ma l’altro, come se nulla fosse, prese sulla tavola un coltello, tagliò la punta chiusa del _manilla_ e con un fiammifero di cera che trasse da un astuccio di platino lo accese e tornò al suo posto. Sopra una piccola tavola presso a lui era un numero della _Gazzetta Ticinese_; il Conte l’aveva a mala pena toccato e già v’era piombata sopra la mano di Federigo. Il Conte lasciò andare la gazzetta e, quasi non fosse fatto suo, si mise a scrivere colla matita sopra un taccuino che aveva levato di tasca. Federigo quand’ebbe in mano il giornale, lo buttò sul fuoco; il Conte seguitò a scrivere.

Paolo pareva distratto, ma teneva d’occhio ogni mossa del Conte e di Federigo.

Quando il Conte ebbe finito di scrivere, andò verso la porta. La bussola era chiusa, Federigo vi s’appoggiò; a me parve difficile che il Conte potesse esimersi dal parlargli e mi tenni certo una parola sola sarebbe favilla secondata da grande incendio. Il Conte invece passò davanti a Federigo come se non gli fosse neanche passato per la mente d’andarsene, e si diresse verso una delle estremità della sala; colà giunto tirò il cordone di un campanello. Dopo un momento s’udì un lieve rumore dietro la porta e di fuori qualcuno girò la maniglia. Bisognò che Federigo si scostasse; il Conte invece s’era avvicinato all’uscio dalla parte opposta.

Entrò il cameriere.

— Accendete il fuoco in camera mia, — disse il Conte; — e passando tra il cameriere e la soglia uscì.

Paolo gli tenne dietro.

Federigo, o meravigliato o stizzito della abile strategia del Conte, si lasciò andare sopra un divano e parve immergersi in una meditazione profonda.

Io rimasi nella sala aspettando Paolo da cui speravo avere la spiegazione di quella difficile sciarada. Intanto, ripensando i fatti avvenuti, io andavo cercando da me la parola dell’enigma e facevo questo discorso, che mi pareva assai ragionato.

— Questi due uomini si odiano, o per lo meno Federigo odia il Conte di San Vittore. Perchè? Vattel’a pesca! Ma è chiaro che Federigo ha tanta voglia di accattar briga col San Vittore, quanta cura pone questi nell’evitare ogni contesa. Ci deve esser di mezzo una donna che non vuol compromettere... altrimenti come si spiega il contegno di un gentiluomo?.... Ma giusto, è egli poi il Conte questo gentiluomo che mi hanno detto? Che il Conte abbia paura? Non c’è che questa spiegazione; perchè quand’anche ci fosse di mezzo una donna, il contegno addirittura insolente di Federigo non avrebbe fornito all’altro un pretesto tale, da parere la ragione vera ed unica di un duello? E poi da quella partenza ad una fuga c’è scattato poco. E Paolo che fa che non torna? È chiaro anche questo: cerca di persuadere il cugino che se non si batte col Ripàri è un uomo rovinato per sempre. Riepiloghiamo. Federigo Ripàri cerca di provocare il Conte; questo è un fatto. Il Conte scansa ogni occasione di duello; il Conte ha paura. Così si spiegano le parole di Paolo sul conto del cugino e il suo contegno verso di lui. Ma e il motivo di tutto ciò? Lo troveremo, pensai con la superbiola di un uomo che ha fatta un’osservazione profondissima e ha dato prova a sè stesso di essere abile nel sillogismo. — Lo troveremo; e seccato dal ritardo di Paolo, che d’altra parte non avrebbe potuto dirmi cosa ch’io non avessi indovinata senza di lui, uscii dalla sala per salirmene in camera mia.

La quale camera mia volle il caso si trovasse precisamente accanto a quella della signora Ripàri.

Non faccia il lettore le meraviglie, non dica con quel suo sorrisetto d’incredulo “che bel caso!„ In una triste condizione sono oggi romanzieri e commediografi; il pubblico dopo le fandonie che s’è succiato per tanti anni in santa pace, s’è fatto diffidente, ombroso. Basta che un fatto semplicissimo, torni utile al commediografo o al romanziere, perchè paia al lettore inverosimile. La signora Ripàri stava al n. 18; accanto al n. 18 v’era di santa ragione il n. 19; anch’esso, in tanta piena di forestieri, dovè esser dato a qualcuno; fu dato a me; che meraviglia? Forse se l’albergatore mi avesse assegnato il n. 10, questo racconto non avrebbe veduto la luce. Albergatore malcauto! Troppo poco si concede in oggi al caso che pure ha tanta parte nella nostra vita. Come va, signor lettore, che vi trovate questo racconto tra mano? Siete andato proprio a cercarlo? No; lo avete visto per caso nella vetrina del vostro libraio. Ve l’ha prestato un amico? Siete andato in traccia di quest’amico? No; l’avete trovato per caso. O forse vi siete risoluto a comprare il libro dopo che lo avete visto annunziato in qualche giornale? Non è un bel caso che il mio editore l’abbia fatto annunziare per l’appunto in quel foglio che ha l’invidiata fortuna di numerarvi tra i propri lettori?

Torniamo alla signora Ripàri. Ella dimorava dunque in una camera divisa dalla mia per un sottile assìto ricoperto da una semplicissima carta di Francia. Poco dopo ch’io fui entrato in camera, l’uscio della stanza accanto s’aprì, e udii facilmente Federigo pronunziare queste parole:

— Buona notte, Carolina.

Udii facilmente ho detto e ripeto. Chi conosce gli alberghi de’ monti elvetici non meraviglierà di queste mie parole. Coloro che in ogni locanda alpestre della Svizzera veggono un nido di congiurati s’ingannano; co’ sottili tramezzi di legno non ci è segreto che tenga; dopo tre ore passate nella stanza accanto alla vostra, il vicino sa tutti i vostri usi, anche quelli che vorreste non conosciuti da alcuno. Nelle case delle montagne elvetiche non si congiura; meglio all’aria aperta; tanto è vero che Guglielmo Tell per preparare la rivolta abbandonò le mal sicure case di Altdorf e condusse i compagni sulle alture del Rutli.

— Aspetta, Federigo, voglio dirti una cosa.

— Son qui.

— Sai che da parecchi mesi faccio di meno anche delle lagnanze.

— Carolina....

— Lasciami dire; molti sentimenti si sono spenti in me, uno è rimasto vivo per fortuna mia e tua: l’orgoglio. Mi lagnerei ancora se giovasse a qualcosa; ma il lamentarsi inutilmente è una umiliazione che non voglio soffrire.

— E poi? — disse Federigo col tono di chi non ha pazienza da buttar via.

— Hai fretta? Va’ pure, non c’è nulla che prema... ne parleremo domani. Buona notte.

— No, Carolina, guarda, son qui... qui seduto e per ascoltarti.

— Stammi dunque a sentire; ce n’è bisogno, credilo. Io non ti chiedo che tu sii innamorato di me, queste cose non si chiedono, si ottengono; non si riacquistano quando si sono perdute, nè si risuscita un amore che doveva essere eterno e che è morto a un tratto, di etisia fulminante, dopo un anno di matrimonio. Ti chiedo soltanto che tu sii con me quale saresti con qualunque altra donna e quale ti impone di essere se non la legge del cuore, la legge del mondo; se non l’affetto, per lo meno l’educazione.

— Non ti capisco.

— No? Allora è inutile andare avanti.... Buona notte.

— Insomma, perdio! non ti capisco.

— Federigo, non alzare la voce; ricordati che siamo in un albergo; risparmia agli altri lo scandalo, a me lo spettacolo di una di quelle brutte scene da commedia che aborro tanto.... Sai quello che t’ho detto tante volte: tu non gridi che quando sei persuaso d’aver torto.

— Ebbene, dunque, sentiamo.... che cosa c’è?...

— Quando partiamo?

— Quando la carrozza potrà percorrere senza pericolo la strada di qui a Bellinzona.

— Sta bene; domani dunque, se siamo ancora ad Airolo, noi pranzeremo qui insieme, o tu pranzerai solo a tavola rotonda.

— Perchè?...

— Perchè io sopporto il tuo contegno finchè siamo soli, ma, lo ripeto, ho ancora tanto orgoglio da non tollerarlo in santa pace dirimpetto alla gente. Durante il pranzo sei stato accanto a me come accanto ad una persona che tu non conoscessi neppure.... anzi, ho tanta stima della tua educazione, da credere che il tuo contegno sarebbe stato diverso con chiunque. Io voglio dunque che tu sii meco quale un gentiluomo dev’essere con una donna. So essere disgraziata, mi ci hai assuefatta; ridicola, no.

— Carolina, tu prendi al solito le cose troppo sul serio.... Io ero distratto....

— Eppure tu mi toglierai anche l’ultima illusione. Una volta credei che tu mi volessi bene, comincio a credere d’essermi ingannata. Non puoi avermi amato, mi conosci troppo poco. Se tu mi conoscessi, Federigo, non anderesti cercando una scusa che io non ti chiedo. Oggi eri distratto... e ieri?... È un po’ lunga una distrazione che è principiata un anno fa e dura ancora. Non ne parliamo più. Sei libero di scegliere: o pranzeremo in camera insieme, o tu pranzerai solo a tavola rotonda. E ora va’, devi essere stanco della tua gita di stamani.... Buona notte.

Vi fu un breve silenzio; poi Federigo, parlando rapidamente e con voce concitata, riprese:

— Hai ragione, Carolina, tu hai ragione, ed io ho torto, lo sento, ho molto torto... ma il cuore non ci ha che fare... dipende, che so?... dal mio temperamento... dalla mia costituzione fisica. Ho qualche stravaganza, perdonamela e....

— Oh! Federigo, tu abusi un po’ troppo di me. Tu sai che nonostante le tue distrazioni, le tue stravaganze, come le chiami, io ti voglio ancora bene, lo sai, e ne abusi. Non mi venir fuori col temperamento che non ci ha nulla che fare. Non so se tu ti ricordi qualche volta che mi hai voluto bene anche tu; certamente non puoi aver dimenticato di che amore t’ho amato io; io povera donna, che ho messo in te tutte le mie speranze e tutti i miei desiderii, che t’ho creduto il solo uomo capace di tradurre in realtà i miei sogni. Ci vuole un animo molto delicato, molto giovane, per intendere di che colori io avessi vestito l’avvenire. Ho serbata viva la mia speranza per un anno intero dopo le nostre nozze. Ringrazio Iddio di avermi fatto cieca per tutto quel tempo, cieca ma felice; se avessi avuto più esperienza, se avessi saputo vedere più addentro nelle cose della vita, mi sarei accorta che tu non eri poi quel tale uomo ch’io m’era figurata.

— Carolina! — esclamò brusco Federigo.

— Non t’adirare, non ho in mente di dir nulla che possa offenderti. Il primo torto fu mio, sperai più di quanto è lecito sperare. Un uomo capace di appagare tutti i desiderii di una fanciulla buona, intelligente, affettuosa, di porsi tra lei e il mondo, perchè il mondo non violi ad un tratto la verginità dei suoi pensieri, che sappia insegnarle a poco a poco la realtà della vita senza disperdere tutti quanti i suoi sogni, i suoi inganni, le sue ubbìe, se vuoi che dica così, di ragazza innamorata, un uomo capace di un acume così avveduto, così delicato non c’è.

— Ma, Carolina... è impossibile.... bisogna prendere il mondo....

— Come è, lo so, me l’hai detto tante volte! Ma se lo confesso da me che speravo troppo.... e del rimanente ciò poco importa. Fatto sta che tu per un anno m’hai voluto bene e molto, di questo sono sicura; chi ama come ho amato io non s’inganna. Un giorno.... che cos’è accaduto, Dio mio, quel giorno? Non lo saprò dunque mai?... Un giorno, come per incanto, sei diventato freddo, noncurante, e...

— Ma ti voglio bene ancora....

— Sì... tronchiamo, Federigo, tronchiamo questo discorso. Ci sono delle cose che offendono tanto l’amor proprio di una donna, da essere impossibile persino il parlarne. Mi vuoi bene ancora.... — S’interruppe, poi con accento di dolorosa ironia domandò: — Come a una sorella?

Federigo non rispose.

— Io ti annoio, — riprese con simulata giocondità Carolina, — ti annoio, lo capisco, e mi dispiace che siamo andati col discorso tanto lontano. A che giova? A farmi almeno sapere perchè, da chi fu distrutta la mia felicità? No. È un anno che me lo domando inutilmente e oramai non voglio più saperlo. Il mistero mi ha messo paura.... Ah! Federigo.... tu hai sciupati crudelmente i più belli anni della mia gioventù.

La signora Ripàri disse queste ultime parole con dolore così acerbo, così profondo, che suo marito quasi scosso esclamò con voce piena di lacrime:

— Oh! Carolina, Carolina, per carità, perdonami, perdonami. Se tu sapessi quello che io soffro! Dio sa se ti vorrei felice e ti faccio patire. Senti, vieni, vieni qui, accanto a me.

E poichè ella non si mosse, udii Federigo alzarsi e soggiungere:

— Non vuoi? Perchè non vuoi?... Oh! Carolina... Carolina....

— Federigo... — mormorò la signora Ripàri, con voce che pareva chiudere in sè tutto il rimpianto del paradiso perduto, tutte le speranze della terra promessa — Federigo....

A questo punto s’udì nel corridoio il Conte di San Vittore chiamare il cameriere della locanda.

— Oh! no mai! mai! — gridò Federigo, e uscì rapido fuori della stanza.

L’atto, la fuga di Federigo mi diedero per un momento a pensare; credei fosse un maniaco. M’affacciai sul corridoio; Federigo in piedi, pallidissimo, non si accorse di me; parve titubare un momento, poi con passo risoluto andò fino ad una delle estremità del corridore e picchiò ad una porta.

— Avanti, — disse una voce dall’interno della stanza.

Era la voce del Conte.

Quando tornai nella mia camera non s’udiva più nella stanza di Carolina che un cupo e lungo singhiozzo.

Chi non s’è trovato qualche volta a spiegare una sciarada e messosi in testa che il _primo_ fosse di certo una data parola, non ha sudato sangue per trovare un _secondo_ ed un _terzo_ che potessero stargli accanto? Così per l’appunto successe a me. Ho esposto le mie osservazioni rispetto a quanto era avvenuto durante e dopo il pranzo; e poichè i personaggi dell’ultima scena erano gli stessi della prima, io mi affaticava a dipanare il filo che doveva legare insieme la paura del Conte, i patimenti di Carolina, le ire e le stravaganze di Federigo. Feci le ipotesi più strambe: gelosie, rancori politici, odii ereditari, tutto l’archivio dei vecchi drammi fu rovistato per trovare uno scioglimento a questa nuova commedia e inutilmente.

Così almanaccando intorno alle cose vedute con la curiosità che si fa tanto più forte, quanto meno prontamente si appaga, quella notte non potei chiuder occhio. Sul far del giorno udii parlare e passeggiare nella strada sotto le finestre. M’affacciai. L’aurora imbiancava le cime dei monti, un vento leggiero passando traverso agli abeti, recava fino a me gli acri e salubri profumi della montagna; una carrozza coi cavalli attaccati e volti verso il monte stava innanzi alla porta dell’albergo.

Poco dopo il Conte di San Vittore, avvolto in una pelliccia, il viso quasi interamente nascosto in un’amplissima ciarpa, uscì nella strada, montò nella carrozza e partì.

Non c’era più dubbio; il Conte fuggiva, dunque aveva paura.

Il sillogismo s’era compiuto allora nella mia testa, quando Paolo entrò in camera.

— Oh! — dissi vedendolo. — Che c’è di nuovo?

— Che ti vengo a dire addio.

— Parti?

— Per Milano, fra un’ora.

— In che modo?

— Colle mie gambe fino a Faìdo; troverò facilmente una vettura purchessia, che mi porti sino a Bellinzona; partendo stasera di là con la diligenza arriverò domattina alle nove a Camerlata, alle undici a Milano.

— E lì ti fermi?

— Vo a Firenze difilato.

— Ma non m’avevi detto che aspettavi una lettera?

Bussarono alla porta.

— Eccola — disse Paolo.

Difatti un cameriere della locanda entrò e consegnò a Paolo una lettera.

Paolo guardò lungamente la soprascritta; ruppe con mano quasi tremante il sigillo, poi come se avesse voluto risparmiarsi una qualche commozione: apri e leggi, soggiunse.

Guardai l’amico e non senza meraviglia m’accinsi ad obbedirlo. Aprii e lessi:

“Fra dieci giorni a Bruxelles. Avvertite lo zio.

“SAN VITTORE.„

— Finalmente! — gridò Paolo, mentre un sorriso che manifestava una contentezza profonda gli illuminò il viso. — Finalmente!

— Oh! sì, era tempo! — esclamai.

— Di che?

— Oh! bella — soggiunsi col furbo sorrisetto dell’uomo avvezzo. — Era tempo che il Conte si ricordasse che quand’uno si chiama San Vittore non può fare impunemente delle vigliaccherie.

— Il Conte è un gentiluomo, anzi, è un uomo di cuore....

— Ma si batte?

— Con chi?

— Col Ripàri.

— Non ci mancherebbe altro!...

— O dunque?

— Dunque.... oh! è una storia troppo lunga....

— T’accompagnerò e me la racconterai strada facendo.

— Perchè no? — soggiunse Paolo dopo un momento di pausa. — Ho bisogno di essere espansivo oggi, nè potrei — conchiuse stringendomi la mano — aprire l’animo mio più sicuramente che a te. È una storia d’amore triste, mio caro, come tutte le storie d’amore che sono finite sopra la terra....

. . . . . . .

Un’ora dopo Paolo ed io ci avviammo per la grande strada che da Airolo conduce a Bellinzona; egli narrava, io ascoltava con religiosa, con dolorosa attenzione la storia breve e vera che oggi racconto.

Intanto spuntava il sole; sui monti che poco prima apparivano allo sguardo cupi ed informi, si distinguevano ora i sentieri cespugliosi, i massi l’uno all’altro sovrapposti, le cascatelle, le grotte; e il vento fresco della mattina, asolando intorno, portava sino a noi, insieme con i vigorosi aromi del timo e della menta silvestre, il canto degli uccelli, che per gli alberi della valle dicevano all’autunno un malinconico addio.