Chapter 52 of 54 · 1243 words · ~6 min read

XXII.

_Al signor Alberto Valmarana_ — FIRENZE.

Campomoro, 8 gennaio.

_Caro Alberto_,

Hai voluto che ti lasciassi solo, ed io ho fatto la tua volontà; ma prima di partire ho pregato il buon dottore che mi desse ogni giorno le tue notizie. Secondo che mi scrive, tu non sei ancora rimesso, nè potrai facilmente, a Firenze, dove il clima è funesto a cotesta specie di malattie. Non ho in animo di darti un consiglio, ma ti fo una proposta. Vuoi andare in qualche altro luogo? T’accompagnerò, starò con te finchè tu non sii guarito e non ti sia venuta in uggia la mia compagnia. Rispondimi, se lo scrivere non ti dà soverchio fastidio; se no, prega il dottor Ramelli che mi scriva lui e mi dica ciò che pensi di fare.

_Il tuo_ MARIO.

_Al signor Mario Loveni_ — CAMPOMORO.

Firenze, 9 gennaio.

_Mario mio_,

Se non sapessi per molte prove oramai di che tempra è l’amicizia tua, me lo insegnerebbero oggi le tue pietose bugìe. Tu e il medico sapete come me che di queste malattie non si guarisce; è gala se si riesce a morire. Non mi parlare dunque di clima; tutti i climi sono buoni per chi ha da soffrire a questo modo; di’ piuttosto che tu vuoi distrarmi, divertirmi e fare che passino meno tristi i giorni che verranno e che la mia gioventù mi fa temere troppo lunghi, troppo crudelmente lunghi.

Non ho più nè forza, nè volontà; fa’ tu di me quello che vuoi. Vuoi che partiamo? Partiamo. Verrò dove mi condurrai. Pongo una sola condizione: che di quanto è avvenuto non si parli mai più.

Ho sciupato la vita. Sono un uomo senza vigore, senza forza d’animo; lo so, che colpa ne ho io? Dio sa come mi giudicherebbe severamente la gente, se un giorno saltasse in testa a qualcuno di raccontare la mia storia.

Tu sai ogni cosa; e come io l’abbia amata e come mi abbia fatto soffrire; mi ha cacciato nell’anima il più crudele dei sospetti, il sospetto che abbia mentito sempre con me, come ha mentito con suo marito, con Laura, col mondo; sono persuaso che mentirà sempre. Dico abbastanza, mi pare; ma non ho detto tutto. Gli uomini a modo sentenziano che non v’è amore senza stima. Io, Mario, la disprezzo, ma l’amo. Dunque non _parto_ con te, Mario, _fuggo_; fuggo perchè se domani ella vuol fare ancora di me il suo trastullo, io, consapevole, mi lascerò ancora tormentare da lei. Quando ci penso faccio paura a me stesso, ma è pur vero che per un suo bacio le darei il mio perdono.

E pensare che fra le memorie della sua vita, questo affetto mio non terrà maggior posto del più semplice avvenimento.... Ah!...

Non ne parliamo dunque più. Vieni, io farò quello che tu vorrai.

_Il tuo_ ALBERTO.

Due giorni dopo Alberto partiva per Milano, dove Mario doveva raggiungerlo, sistemate alcune urgenti faccende, poche ore dopo.

Il clima rigido di Milano si confaceva anche meno che quel di Firenze alla salute rovinata d’Alberto. Mario propose di andare a passare l’inverno sotto cielo più clemente, a Nizza; ma Alberto non vi consentì e dopo lunghi e ripetuti discorsi dell’uno, ai quali l’altro rispondeva a mala pena con un monosillabo, fu preso il partito d’andar girando qua e là sinchè, venuto marzo, gli accogliesse una villetta sul lago di Como ove avrebbero aspettato insieme i profumati tepori della primavera.

— Sul lago di Como c’è stata anche lei! — pensava Alberto tra sè.

E la primavera tornò, ma non tornarono ad Alberto la letizia e la forza.

Una mattina d’aprile, scese a Menaggio dal battello il dottore Ramelli. Non ebbe a cercare la casa solitaria e modesta ove Alberto s’era rifugiato con Mario, perchè questi lo aspettava nel giardino il cui lembo estremo bagnavano le acque del lago.

Mario gli andò incontro e prendendogli la mano:

— Grazie, dottore — disse.

E si avviarono silenziosi verso la villa.

Quando entrarono in camera, Alberto era seduto sul letto. Aveva il volto livido, le braccia abbandonate, gli occhi infossati; la testa, che egli si sforzava di tener alta, ricadeva verso il petto accompagnando con un movimento regolare e continuo il respiro grave e affannoso. Da un lato del letto, Stefano, affranto dalla veglia e dal dolore, dall’altro Reno, accoccolato sopra una poltrona.

Vedendo il Dottore, Alberto lo salutò col guardo poi, volto a Mario: — perchè lo hai chiamato?

— Non mi ha chiamato nessuno; sono venuto a Monza per un’operazione e, giacchè ero lì, ho dato una corsa a Como.

Alberto sorrise melanconicamente e replicò:

— Bugìe.

— Non si sgomenti, non va mica peggio, sa?...

— Oh! anzi.... va meglio.... grazie a Dio.... siamo verso la fine. Lo so, dottore, e lei lo sa meglio di me.

Il medico tacque. Mario andò verso la finestra per nascondere la propria commozione, Stefano dette in uno scoppio di pianto.

Il dottore lo prese per un braccio e lo condusse fino alla porta.

— Povero Stefano, mi vuol bene — mormorò il malato.

— Lo so, ma in camera dei malati non si piange.

— Si trattiene, dottore?

— Fino a domani.

— Mario conduci il dottore in camera sua.

Mario desideroso di sapere ciò che veramente questi pensasse dello stato d’Alberto, fece per obbedire alla preghiera d’Alberto; ma il dottore lo trattenne e presolo per la mano:

— Non faccia complimenti, c’è di là il servitore, — disse — ed uscì.

E Mario restò; dal contegno del medico aveva oramai inteso tutto.

Durante quel giorno, sebbene il respiro si fosse fatto meno frequente, Mario e il medico non si allontanarono mai dal letto dell’ammalato. Soltanto sul far della sera il dottor Ramelli salì nella propria camera per scrivere alcune lettere da mandarsi per il battello. Mario rimasto solo con l’amico gli si avvicinò, e:

— Come va? — gli chiese.

— Bene — rispose Alberto — questo bel cielo che veggo.... questo silenzio.... mi fanno ritornar buono.... mi dimentico il male che mi hanno fatto, per ricordarmi solamente....

— Non ti affaticare.

— .... solamente delle cose belle che ho trovate nel mondo; i rancori svaniscono.

— Alberto, per carità!...

— No.... no.... non mi fa mica male....

Non potè andare innanzi; poco dopo:

— Vorrei quel portafoglio in cuoio di Russia.... sai?...

— Alberto, mi raccomando, non ti tormentare con questi ricordi....

— Dammelo.

— Dov’è?

Alberto accennò colla mano tremante una scrivania posta in un angolo della stanza.

— Non c’è la chiave.

— Chiedila.... a Stefano.

Mario uscì; aveva di poco oltrepassata la soglia della stanza che gli occhi di Alberto parvero gonfiarsi ad un tratto; egli fece un moto per alzarsi, aprì la bocca come tentando con un estremo sforzo di parlare; poi piegò la testa verso il petto e ricadde sopra i guanciali.

Reno schizzò dalla poltrona e dette in un lungo mugolìo.

Mario, che era giunto in fondo alla scala, udendo il pietoso richiamo della povera bestia tornò rapidamente in camera, cacciò un urlo disperato e si gettò piangendo sul cadavere dell’amico.

E Reno intanto, mugolando sempre, leccava la mano che Alberto, morente, aveva lasciato cadere penzoloni lungo un lato del letto.

Mario stette così fino a che il medico e Stefano, avvertiti dai suoi cupi singhiozzi, non vennero a toglierlo al triste spettacolo. E allora, dando uno sguardo a quella fisonomia che gli era stata così cara mormorò le più desolate parole che uomo possa pronunziare: son solo!