Chapter 17 of 54 · 1973 words · ~10 min read

XII.

Alle undici, il Conte di San Vittore era sempre nella sua stanza.

Nell’anticamera, la cameriera passeggiava su e giù, aspettando che la signora sonasse il campanello e il signor Luigi stava muto, immobile, pronto agli ordini del padrone, quando il marchese Varalli entrò, senza farsi annunziare, nel quartiere del nipote.

— Chi è? — domandò brusco Emilio udendo aprire la porta.

— Io, — rispose col suo solito sorrisetto il Marchese.

— Lei, zio? A quest’ora?

— Vi par presto? Aspettate un tantino e vi persuaderete che è tardi.... molto tardi.... Facciamola corta. Rina è fuggita.

— Eh? — urlò il Conte.

— Se vi par dura la parola, dirò: è andata via, ma la sostanza è la stessa. M’ha scritta una lettera.

— Me la faccia vedere.

— Non posso. Ella confida nella mia fede di gentiluomo e vuole che la lettera non vi sia mostrata.

— Oh! ma la ritroverò.... — E in così dire il Conte gettò via la veste da camera ond’era coperto e infilò il primo vestito che gli capitò fra le mani.

— Voi farete quel che vi parrà; ma prima farete a me la grazia di starmi a sentire.

— Sì... ma faccia presto, zio.

— Non mi perdo mai in discorsi lunghi, lo sapete; dirò tutto quello che ho da dire e niente di più.

— Dunque?

— Dunque c’è una parte della lettera che mi tocca passare sotto silenzio; ce n’è un’altra di cui posso dirvi brevemente il contenuto. Rina asserisce che voi sapete la ragione per la quale s’è indotta a lasciarvi; dopo le vostre minaccie, ella ha pensato che, partendo, vi risparmiava la parte odiosa di mandarla via. Io non so nulla di questa faccenda; voi potete dunque capire, io no. Il meglio è, mi pare, che mi diciate tutto.

— Rina ha un amante.

— Eh! grazie della notizia.

— Lo sapeva?

— Il giorno in cui vi siete sposati, ho saputo che l’avrebbe avuto o prima o poi e ve l’ho detto; ieri sera poi, se non sbaglio....

— Ha ragione.

— C’è stato dunque qualche cosa di grosso da ieri sera in poi?

— Sì; non ho nessuna difficoltà a confessarlo; io mi sono portato molto male con Rina, ho dimenticato perfino di essere un gentiluomo; ma credo d’avere il diritto....

— Noi abbiamo avuto, caro Emilio, parecchi colloqui su questo argomento. Ve l’ho detto: io reputo il matrimonio, come tante altre instituzioni umane, una cosa necessaria e priva di senso comune. Chi ha passata la leva sa che un affetto non dura mai tutta la vita; e chi si marita figura di credere tutto l’opposto. Bisogna dunque preparare le cose in modo che quando l’affetto passa, uno riacquisti la propria libertà, senza che l’altro se ne disperi; ma bisogna pensarci per tempo. Voi, con tutta la vostra esperienza, non ci avete pensato, avete offeso vostra moglie....

— Io? Mai.

— Mai? Ma le avete fatto la peggiore offesa che si possa fare ad una donna giovane; le avete fatto capire che non vi piaceva, o che se vi era piaciuta un giorno, v’era venuta a noia il giorno dopo. L’arte del marito è un’arte difficile e voi non l’avete mai saputa. Con una donna delle solite, la cosa sarebbe andata più piana; con Rina no. Io ve l’ho dotto il primo giorno, ve l’ho pestato in testa mille altre volte, non m’avete voluto dar retta, la colpa è vostra.

— Senta, zio: confesso d’essermi lasciato un po’ troppo acciecare dallo sdegno ieri sera; ma deve convenire che una donna la quale dà all’amante appuntamenti per le piazze e per le strade e se ne fugge da casa ha le sue brave colpe anche lei, e mi pare che il marito abbia il diritto di essere severo.

— Ah! quand’è così non dico più nulla.

— Ma, no.... Dio santo! Dica, dica.

— Ma che volete che dica? In verità ve l’ho cantato un’altra volta, mi par di discorrere con un ragazzo; a voi toccava e non a lei pensare a tutte queste belle cose. Ma che cosa credete che ci stieno a fare le donne in questo inondo? Ci stanno per amare sino ai trent’anni e per essere amate da trent’anni in là. E quando una donna, dell’indole di Rina, ama, ama in modo tale che si cura pochissimo di ciò che gli altri penseranno o diranno di lei.

Queste ultime parole furono perdute pel Conte; egli pensava ad altro. Quando lo zio ebbe finito:

— Insomma, dov’è Rina?

— Non posso dirvelo.

— E io le ripeto che la troverò.

— E quando l’avrete trovata?

— La condurrò meco.

— Non verrà.

— Non verrà?

— No. Ma andiamo avanti; e quando l’avrete con voi?

— Allora.... allora vedremo.

— Volete, dunque, fare uno scandalo?

— Voglio anzi che scandali non avvengano.

— Bravo; scegliete proprio la strada buona.

— Ma che cosa farebbe dunque lei nel mio caso?

— Io?.... Io nel caso vostro.... io già non sarei mai venuto a questi ferri....

— Sì, sì, ho capito, ho capito.... ma insomma?

— Insomma io a quest’ora mi sarei convinto che questa scappata di Rina si risaprà; a buon conto dovranno saperlo i servitori, che è quanto dire il popolo e il comune. Sicchè il meglio sarebbe, io penso, far credere al mondo che voi non soltanto avete consentito la partenza, ma domandato una separazione per la solita incompatibilità di carattere. Ecco quel che farei io: il minor chiasso possibile.

Il Conte non rispose. La pausa che succedè al discorso del marchese Varalli fu lunghissima. Emilio passeggiava su e giù per la stanza visibilmente agitato; lo zio lo stette a guardare per un pezzo, poi, stanco di quel silenzio, si messe a sfogliare un album di fotografie. Finalmente il Conte andò verso il tavolino presso il quale era seduto il Marchese, e:

— Ho preso il mio partito, — disse. — Ha ragione, zio; soltanto la prego di occuparsi lei di tutto quel che c’è da fare in questi frangenti. Io parto oggi.

— Per dove?

— Per ora vado alle Poggiola, poi chi sa?... Un uomo che si trova nei miei panni o ha da sfidare le dicerie del mondo, o andarsene. Bisogna, dunque, o che io vada stasera al ballo dell’Altenstein, domani sera a quello della marchesa Genziani e poi a quello del casino e via discorrendo, o che mi seppellisca tra gli abeti della villa. Scelgo quest’ultimo partito che mi risparmia molte noie e qualche vergogna. Ora che mi son risoluto, mi può mostrare liberamente la lettera.

— La vostra risoluzione non mi libera dall’impegno che ho con Rina; ha fatto assegnamento sulla mia parola, debbo mantenerla.

— Sia pure; le dica dunque che io voglio, intenda bene, voglio che ella non stia a Firenze; le dica altresì che i frutti della sua dote, alla ragione del sei per cento, le saranno pagati dal mio segretario o dal mio maestro di casa, mensilmente, dove ella dimorerà.

— Ho inteso.

— Le pare che sia fatto tutto?

— Tutto.

— Allora le domando il favore di lasciarmi solo. Verrò a trovarla alle tre, prima di partire; ora ho proprio bisogno di rimaner solo. Se le dicessi che sono addirittura innamorato di Rina, non mi crederebbe; mi crederà, se le dico che questo dramma ha uno scioglimento che mi dispiace. Sarà la consuetudine.... non lo so.... insomma.... E se Rina preferisse di tornare con me?

— Non lo credo.

— Purchè ella troncasse ogni cosa, non potrei perdonare.... e....

— Ma, e tocca propriamente a voi a perdonare?

— Non ci pensiamo dunque più.

— Vi aspetto alle tre.

— E.... chi è.... costui?

— Non lo so; ma se volete evitare gli scandali, che ad ogni modo tornerebbero a danno del vostro nome, mi pare inutile di indagarlo _per ora_; — _per ora_, — ripetè il Marchese battendo sulle parole.

— Cioè?

— Cioè, dato e non concesso che Rina si stanchi di quest’uomo e lo pianti, o egli, il che è più facile, pianti lei; allora potrete cercarlo, e con un qualunque pretesto....

— La ringrazio del consiglio, ma su questo intendo di fare a modo mio.

— V’ho detto al solito quello che avrei fatto io, se fossi stato così.... Insomma; a rivederci... vado a scrivere al Duca.

— A proposito; e se Rina andasse da lui?

— Dio buono! ma se Rina per resistere alla tentazione avesse voluto andarsene da Firenze, vi avrebbe pregato di portarla via. È partita da sè senza dirvi nulla, è segno che vuol esser libera. Non andrà dunque certo a Parigi a recitar daccapo la parte di pupilla; a meno che il Duca non facesse per lei quel che fanno le peccatrici quando sono lontane tanto dalla gioventù, quanto dal pentimento.... Povero Duca! lasciatelo in pace... Io gli scriverò.... egli al solito, rimarrà a bocca aperta, poi si persuaderà e tutto sarà finito. Oh! faccio tardi, a rivederci alle tre.

Uscendo il Marchese udì il Conte chiudere per di dentro la porta della sua camera, donde non si mosse che quattro ore dopo; ciò che facesse o pensasse in quel tempo, nessuno lo ha mai potuto sapere.

Il Marchese trovò il segretario del Conte nell’anticamera.

— Oh! signor Luigi.

— Ai suoi comandi, signor Marchese.

— Giusto lei... venga un po’ con me.

— Ma il signor Conte....

— Non vuol nessuno per ora; ad ogni modo potrà dirgli che è stato meco.

— Eccomi.

Scesero le scale in silenzio; quando ebbero oltrepassato il portone, il Marchese prese per la mano il segretario e, con quella cera di benevola protezione che i gentiluomini dell’antica stampa sanno pigliare a tempo opportuno, gli disse:

— Senta, signor Luigi; io ho conosciuto suo padre e conosco lei; perle d’uomini tutti e due; l’onestà _discende per li rami_ in casa sua. Mi dia la sua parola che farà e non dirà ciò che sto per ordinarle.

— Mi fa un onore che so di meritare, signor Marchese; può fidarsi.

— È detto dunque. — E gli strinse la mano. — La signora è partita.

Il signor Luigi impallidì e guardò il Marchese con un occhio, il cui languore esprimeva ad un tempo la meraviglia e lo spavento.

— La Signora!...

— È partita... oh!... signor Luigi, non caschi dalle nuvole; son cose umane. Il Conte non deve sapere dov’è, ma, in confidenza, è a Pisa all’albergo delle _Tre donzelle_. Io dovrei andare a vederla; ma s’immagini se io vado a Pisa... ci passerò l’inverno quando avrò male ai polmoni. E poi non voglio commozioni. Dunque le darò una lettera, la rimetterà in proprie mani alla Contessa da parte mia, aspetterà la risposta e ripartirà. Ha capito?.... Ohè! signor Luigi... che cos’ha?

— Oggi non mi sento bene; lo sa, ho una salute così capricciosa...

— Dunque non può?...

Il signor Luigi, che aveva tremato sino allora come preso dalla febbre, si scosse, guardò il Marchese e rispose:

— Posso sempre quel che voglio, signor Marchese, e voglio sempre far ciò che Ella mi comanda.

— Comanda? Domanda, dica, domanda come un vero servizio.

— Grazie. Sarà fatto.

— Venga a casa; le darò la lettera; potrà partire colla corsa del tocco. Non più tardi, mi raccomando.

— Stia sicuro.

Pare che il signor Luigi si vantasse, asseverando di poter sempre fare ciò che voleva. Fatto sta che aveva promesso di partire al tocco; ma quando uscì di casa Varalli, si mise a girare per tutte le strade, tranne per quella che conduceva alla stazione e quando vi arrivò credendo che fosse il tocco a mala pena, erano le quattro sonate.

Alle cinque, mentre egli partiva per Pisa, il Conte di San Vittore se ne andava alle Poggiola. Il signor Luigi tornò a Firenze il giorno dopo; il Conte mai più.