XVIII.
Io non posso assistere con animo tranquillo alla demolizione di una casa. S’intende che non parlo di quelle che sono stimate capolavori dell’arte; per buttar giù uno di quei mirabili edifizi, ci vuole un barbaro del quinto secolo, o un sindaco del decimonono; ma in ogni casa, per modesta che sia, sta chiuso un tesoro di memorie e sopra ognuna delle sue pareti è scritta a caratteri invisibili la storia di qualche affetto: e mi pare che ogni colpo di martello dato in que’ muri debba rimbombare per consenso nel cuore di qualcheduno. Se buttassero giù la casa dove mio padre è nato, dove mia madre è morta, non me ne saprei dar pace. E mi dispiacque molto quando gli inesorabili ingegneri della Comunità di Firenze, nel tracciare il nuovo Viale dei Colli, demolirono una villetta singolarissima del piano di Giullari. Forse dispiacque solamente a me; perchè aveva cattiva fama e le donne del vicinato spacciavano che ogni tantino vi succedeva qualche disgrazia.
Ho detto singolare ed era per questo: che la non si mostrava mai tutta intera. S’aveva un bel girare, guardare, scendere e salire su per le collinette che le stavano intorno; di qua si scorgeva l’altana, di là il lato destro e via discorrendo. Il peggio era d’andare difilato innanzi al cancello; traverso a’ ferri alla distanza di un metro si vedevano due filari di cipressi fiancheggianti un vialetto che torcendo di lì a poco non si capiva dove menasse. La gente del popolo, avvezza a scolpire co’ soprannomi, la chiamava la _Vergognosa_ e aggiungeva: “E ha ragione di vergognarsi! Ce n’è successe di tutti i colori là dentro.„
Era stata fabbricata una trentina d’anni fa da un tale di cui i vicini ignoravano il nome, gli usi, la patria, perchè viveva solo ed usciva di rado fuori del cancello. Nessun prete c’era entrato mai; e il curato che ogni anno andava in giro a far lo stato delle anime, sonava indarno il campanello della villetta; non gli aprivano. All’incontro, un povero non s’era mai attentato inutilmente a chiedere l’elemosina a quel solitario. Ma anche la carità di quell’uomo, dicevano le donnaccole, portava disgrazia. E citavano esempi: una volta un muratore che s’era tronco un braccio cadendo da una fabbrica ebbe dallo sconosciuto uno zecchino; lo spese in tanta acquavite e il giorno dopo morì lasciando quattro creature. Già si sa, la farina del diavolo va tutta in crusca.
A’ tempi ne’ quali avvennero i fatti che qui si raccontano, la fama della villa aveva avuto l’ultimo tracollo. Il vecchio padrone di circa novant’anni era morto ad un tratto. Saputasi la notizia un nuvolo di nipoti, di cugini, di zii con tanto di bruno al cappello, s’erano messi in riga per chiappare l’eredità. Poco importava loro se la villa fosse maledetta o no; gli eredi sono gente spregiudicata. Onde liti, contumelie, tanto che s’era andati ai tribunali. E le donne del vicinato conchiudevano:
— Quel vecchiaccio non lascia in pace la gente neanche dopo che è morto!
Il tribunale aveva nominato un amministratore e si cercava di appigionare la villa, fino a che non fosse giudicata la causa. Le cose stavano a questo punto, quando Rina, abbandonato Federigo, ritornò a Firenze.
C’è sempre nello spirito umano anche più illuminato un cantuccio oscurissimo in cui si rannicchiano le schifose chimere della superstizione. Negli scavi di Pompei si trovano de’ piccoli priapi, dei rami di corallo ritorti o biforcati, quali si usano oggi a Napoli come talismani contro la jettatura. Il paganesimo è passato, la credenza nella iettatura è rimasta; la religione è morta, la superstizione vive.
Sebbene Rina cercasse un asilo solitario ove ella potesse, separata dagli uomini, vivere insieme col proprio dolore, nondimeno la nomèa paurosa della villa la trattenne sulle prime dall’andarvi. Ma era d’estate; quasi tutte le ville de’ dintorni riboccavano di abitatori; verso Fiesole se ne trovava qualcuna ancora sfittata; ma bisognava andarsi a cacciare nel tumulto della gente allegra e Rina voleva stare da sè, avere la piena libertà di pensare e di piangere sola. Alla fine la repugnanza fu vinta; ella si persuase che alla sua tristezza, il luogo triste si oonfaceva meglio d’ogni altro.
Una mattina si vestì e sul mezzogiorno, salita in una carrozza chiusa, si fece condurre per le vie più popolate; passò dinanzi al palazzo San Vittore e uscì dalle mura per quella stessa porta onde era uscita per andare al suo primo colloquio d’amore; rivide il viale del Poggio; quando fu sulla collina dette una guardata all’orizzonte nebbioso entro cui si nascondeva Firenze e sorridendo, colle lacrime agli occhi mormorò:
— Addio!
Sulla porta della villa stava ad attenderla una sua vecchia conoscenza, il signor Luigi. A lui il tribunale aveva affidata l’amministrazione della contesa eredità.
Quantunque fosse d’estate, si ravvisava nel giardino, alla prima, la traccia di un lungo abbandono; i licheni e le ortiche prosperavano in mezzo a’ viali, le larghe malve deturpavano i prati; gli alberi confondevano insieme i loro rami, li intrecciavano ingombrando le aiole, ripigliando il posto già loro disputato dalle forbici del giardiniere; la felice petulanza della natura meridionale libera di sè stessa aveva fatto d’un giardino una selva.
Rina, riconosciuto il signor Luigi, gli stese la mano senza pronunziare parola. Anch’egli tacque; e facendo strada alla nuova ospite la condusse nella villa.
Il quartiere aveva lo stesso aspetto del giardino; la stoffa delle seggiole era sbiadita; l’oro delle cornici divenuto rosso sotto la polvere; gli orologi a pendolo, scarichi, segnavano tutti un’ora diversa; le stanze, da molto tempo disabitate, apparivano fredde, oscure; aprendo le porte, si sentiva un soffio d’aria gelida e tanfita come quando si apre un sepolcro.
Sebbene la stagione propizia e i luoghi bellissimi invitassero alle passeggiate, Rina non oltrepassò mai il limitare del giardino. Il suo grande conforto era di salire sull’altana, di sera, quando nessuno poteva vederla; là i suoi sguardi si volgevano verso Firenze e fissi parevano ricercare nelle ombre lontane le fila d’un sogno interrotto. Talvolta passeggiava sola pe’ viali e si fermava con doloroso compiacimento innanzi ad una magnolia, il cui fusto unico verso la radice si biforcava poi per guisa, che mentre l’un ramo spandeva acri profumi nel giardino, l’altro scoteva i fiori pomposi di là dal muro di cinta. E guardando que’ due rami diceva tra sè:
— Anche noi uniti per un momento poi divisi per sempre.
Passava le notti in una insonnia dolorosa; invocava il sonno e s’accorgeva che il sonno, come la felicità, fugge quando si chiama.
Se fosse stata iniziata ai tristi e fecondi misteri dell’arte, ella avrebbe immortalato il suo dolore, lo avrebbe scritto a lettere eterne in qualche capolavoro, avrebbe potuto godere delle sue angoscie medesime; ahimè! anima oscuramente sublime, Rina non sapeva che amare e morire.
La monotonia di quei giorni era rotta soltanto dalle visite del signor Luigi. Da principio andava a trovarla ogni due o tre sere, per prendere, come diceva lui, gli ordini della signora; poi le visite si fecero più frequenti e più lunghe. Egli le portava le notizie della città, parlava finchè gli pareva che il dialogo le facesse piacere; e quando Rina s’abbandonava alle proprie malinconie, ai propri fantasmi, alle proprie memorie, taceva. Spesso in que’ volontarii silenzii, ella s’accorse che gli occhi gli s’empievano di lacrime. Nell’anno che era stata con suo marito aveva visto mille volte quell’uomo; lo aveva rivisto dopo assai spesso, quand’egli, con puntualità mirabile, andava a portarle le sue mesate d’assegno; eppure, assorta in altri pensieri, si può dire non l’avesse mai guardato bene. Ma la solitudine, lo abbiamo già detto, aguzza l’intelletto; e Rina nella quiete della _Vergognosa_ intravide ciò che si nascondeva sotto quei lineamenti così regolari e così mobili, sotto quel viso così queto e così espressivo ad un tempo.
Una sera, mentre ella se ne stava pensando, come avveniva spesso, a’ giorni beati trascorsi con Federigo in Piemonte e fuggiti oramai senza lasciare speranza di ritorno, udì battere alla porta del salottino.
— Chi è? — domandò.
— Son io — rispose di fuori la voce del signor Luigi.
— Avanti.
Per quanto Rina si studiasse di pronunziare con dolcezza tale parola, non potè togliere alla voce quel non so che d’annoiato che c’era; e il signor Luigi entrando nella stanza capì agevolmente che disturbava.
— Segga, signor Luigi.
— No, sono arrivato in un cattivo momento. Ho creduto che nella solitudine soffrisse, che pensasse troppo; e il pensiero ammazza come il veleno. Ho voluto distrarla e sono stato importuno. Mi perdoni. E poi anch’io son solo.... e, lo so, guai all’uomo che è solo.
La voce del signor Luigi era così piena di singhiozzi vicini a scoppiare, che Rina gli prese la mano e gliela strinse. Due lacrime caddero dagli occhi del giovane e bagnarono la mano che egli teneva fra le sue. Si sciolse e balbettate ancora poche parole di scusa salutò ed uscì. Nè da quel giorno fu più veduto passare il cancello della _Vergognosa_.